Come sanno bene gli appassionati ed i praticanti di una qualunque disciplina tradizionale, tanto orientale che occidentale, il rapporto tra l’allievo e l’insegnante si è sempre sviluppato in una modalità che veniva definita “da bocca a orecchio”, per indicare una trasmissione diretta, intima, personale e non mediata.

Molto è stato detto e molto ancora si dirà di questo peculiare modo di trasmettere un’Arte, una disciplina o una esperienza personale; una modalità che si basava tanto sull’esempio che sulle parole, in cui spesso il non detto valeva tanto o più di quanto spiegato, in cui ciascun allievo – pur tra tanti – era soggetto unico, perché l’insegnamento ricevuto non poteva non risuonare, riverberare ed armonizzarsi con le singole esperienze di ciascuno.
Dopo secoli, oggi questa modalità di trasmissione di un’Arte, già in qualche modo messa in discussione dall’avvento delle nuove tecnologie della comunicazione, si vede messa in crisi da una epidemia virale che ci ha costretti a disertare Dojo, Kwoon, sale di pratica e pedane di gara, imponendoci un distanziamento sociale che rischia di diventare qualcosa di più duraturo di una precauzione stagionale.

Se da un lato molti insegnanti stanno cercando di salvare il salvabile con corsi online, lezioni a distanza, video-chat e filmati didattici su YouTube, certamente utili a mantenere un sia pur minimo rapporto tra insegnante e discepolo, non si può non rilevare oggi un particolare che purtroppo sfugge a più di qualche allievo.
E’ una questione su cui rifletto non tanto da insegnante, quanto da studente: ad oggi ho comunque la possibilità di ricevere le parole e gli insegnamenti dei miei Maestri ma devo necessariamente riconsiderare la comunicazione anche nell’altro senso. Detto fuor di metafora, se in quanto allievo riesco a mantenere il rapporto con chi ha trovato il modo di condividere con me la sua esperienza, devo allo stesso modo trovare come fornire un feedback a questo sforzo che – per molti insegnanti – è stato ed è un impegno inedito e non sempre facile.

A tanti allievi una lezione online potrà sembrare anche più facile e comoda: non ci si sposta da casa, la si può consultare a piacimento, c’è quasi sempre la possibilità di rivederla più volte; ben diverso è il discorso per un insegnante, che non di rado deve affrontare il divario tecnologico che incombe su chi era già adulto quando non esistevano telefoni cellulari ed oggi deve barcamenarsi tra istruzioni in inglese (quando va bene…), user-ID, password, log-in e codici utente; deve diventare direttore della fotografia e scenografo, deve verificare connessioni e potenza di segnale e dotarsi di dispositivi e strumenti non sempre economici.

A quanto sopra si deve aggiungere che per un minuto di video messo online ne servono almeno dieci per girare il video, scaricarlo e caricarlo sulle piattaforme scelte, fare editing, a volte aggiungere sottotitoli e colonne sonore, e questo non è ancora tutto.
In una intervista di diversi anni fa, Franco Franchi raccontava del suo passaggio dal teatro di avanspettacolo al cinema e spiegava la grande difficoltà di dover recitare un copione con tempi e battute predefinite, mentre era abituato a gestire lo spettacolo in base alle reazioni del pubblico in sala. Chi frequenta il teatro sa bene che a volte un secondo in più in una pausa, un tono di voce un po’ più alto o una risata troppo stridula possono cambiare drasticamente la reazione degli spettatori (da questo punto di vista è esemplare il Teatro Nō giapponese, dove i movimenti degli attori sono estremamente stilizzati e ridotti all’essenziale e piccoli cenni del capo o movimenti del corpo hanno significati ben precisi).
Ecco quindi che chi è abituato a “sintonizzarsi” sulle azioni/reazioni di chi ha di fronte per regolare tempi e modi della trasmissione del suo insegnamento, può trovarsi spiazzato da uno “spazio vuoto” in cui non ci si può “specchiare” e da cui non si possono ricevere feedback e reazioni, utili per meglio tarare il proprio operato.

Oggi più di ieri quindi, noi allievi dovremmo renderci contro di questa situazione e ringraziare esplicitamente i nostri insegnanti per quello che fanno (tanto o poco non importa) senza credere che l’aver eventualmente versato un contributo mensile per le attività associative valga ad assolvere tutti i nostri doveri. Prima di ritenere (quasi sempre a torto) che quanto riceviamo ci sia dovuto, dovremmo ricordare che se non non diciamo nulla, i nostri insegnanti non sapranno mai se i loro sforzi sono serviti a qualcosa per qualcuno.

Quasi tutte le aziende commerciali investono ingenti risorse per scoprire cosa i loro clienti preferiscono nei prodotti delle aziende concorrenti, gli indici d’ascolto televisivi sono tra i dati più ambiti e tutelati nel mondo della televisione, i social sono pieni di test e sondaggi più o meno espliciti che sondano gli orientamenti e le preferenze degli utenti. Certo, la nostra condizione è diversa, ma simile è – per certi aspetti – la situazione di fondo.

A chiunque di noi fa piacere ricevere un grazie, un complimento, un attestato di stima, un commento positivo; non caschiamo nell’errore di credere che chi insegna da venti, trenta o quaranta anni non faccia più caso a queste cose. Oggi i nostri maestri non hanno la possibilità di cogliere la nostra soddisfazione nei nostri occhi, nei nostri volti, nei nostri gesti al termine della pratica; è quindi nostro compito esprimerla esplicitamente a chi ci dona una esperienza che nessuna somma di denaro può compensare. Non servono grandi gesti o frasi arzigogolate, basta un semplice “Grazie”, anche scritto in un messaggio o espresso da una emoticon. Se a dettarlo è stato il nostro Cuore puro, il messaggio giungerà certamente al Cuore di chi lo deve ricevere.

Cambiano i tempi, cambiano i modi, ma l’essenza rimane la stessa.