“Ki no nagare wa sandan kara”

(Il Ki no nagare inizia al terzo Dan)

Questo kuden è – come tutti gli altri – abbastanza laconico, particolarità che può rendere non sempre univoca la sua interpretazione, a dispetto di quelle che potrebbero sembrare le evidenze. Partiamo – come è giusto che sia – dalla versione comunemente condivisa, suffragata anche da testimonianze storiche, che ricordano che il Fondatore dell’Aikido non permettesse la pratica delle tecniche in modalità Ki no nagare prima del conseguimento del terzo Dan.

Dato per accettato questo fatto, potremmo addentrarci sulla opportunità di rispettare questa prescrizione alla luce delle evoluzioni che l’Arte ha subito in questi decenni, della diversa mentalità di un praticante occidentale rispetto ad un orientale, sui differenti tempi di conseguimento dei gradi (che solitamente in Giappone sono più brevi) e molto altro, ma non riteniamo sia il caso di addentrarci in un simile ginepraio.

Molto più “semplicemente” (e le virgolette sono più che mai d’obbligo…) ci piacerebbe condividere alcune riflessioni stimolate da questa affermazione, senza la pretesa di voler fornire una “interpretazione autentica” quanto con l’intenzione di partecipare alcune opinioni che sono – per l’appunto – opinabili.

Che il kuden si riferisca al terzo Dan come una sorta di punto di svolta è innegabile, se questo vada considerato una sorta di Colonne d’Ercole traversate le quali tutto cambia e prima delle quali nulla cambia ci sembra un po’ meno certo. In altre parole, dubitiamo fortemente che all’atto della promozione a Sandan allo yudansha di turno venga infusa – quasi per osmosi – sapienza e capacità di comprendere ciò che è assolutamente velato agli ignari Nidan, molto più probabilmente (ma questa – ribadiamolo – è una opinione!) l’acquisizione del grado di Sandan attesta il conseguimento delle capacità necessarie e sufficienti per ingranare “una marcia in più nella pratica”, il che attesta (una volta di più) che la promozione ad un grado superiore è un punto di partenza verso nuovi traguardi, più che un mero traguardo della strada già percorsa.

Stando così le cose, allo yudansha che abbia conseguito il grado di Sandan si riconosce – tra le altre cose – di avere acquisito l’esperienza e la conoscenza per cominciare a studiare in modo “diverso” (ed anche in questo caso le virgolette sono d’obbligo…) alcuni argomenti che aveva già incontrato in precedenza. L’esempio più banale ma, probabilmente, più efficace è quello che ci riporta alla scuola: alle scuole medie (o comunque oggi siano denominate) si studia la storia di Giulio Cesare che poi si ristudierà al Liceo, ma evidentemente nel secondo caso ci saranno analisi ed approfondimenti impossibili da sviluppare nel primo caso, e che saranno comunque meno complessi ed articolati di quelli che affronterà lo studente universitario delle facoltà di Storia o Lettere. Si tratta di un lavoro progressivo in cui ad ogni tappa è previsto un lavoro adeguato al bagaglio di conoscenze posseduto dallo studente, ed è facilmente comprensibile che sarebbe assurdo proporre una lezione universitaria a chi ha appena superato le scuole elementari, così come sarebbe inopportuno che lo studente universitario si limitasse al programma del Liceo perché più facile e già conosciuto.

Questa ultima considerazione di porta ad un altro aspetto della questione; lo sbarramento che incontra l’aspirante che voglia ricevere maggiore conoscenza serve non solo a impedire l’accesso a determinate pratiche a chi non sia ancora in grado di padroneggiarle con profitto e sicurezza, ma anche (se non soprattutto!) a fargli comprendere l’importanza della pratica propedeutica che lo deve portare sin sulla soglia. In altre e semplici parole, prevedere la pratica del ki no nagare al Sandan serve per rimarcare l’importanza della pratica del Kihon (e ce n’è bisogno, oh si che ce n’è bisogno!), che rimane la pratica imprescindibile e necessaria per sviluppare un corretto movimento fluido ed armonico, nella piramide che vede il Ko-Tai alla base ed il Ki-Tai al vertice.

Va da sé che la pratica del Ki no nagare può (deve?) essere affrontata anche prima del Sandan, perfino dai mudansha, proprio per cominciare a costruire ed affinare quegli strumenti fisici (e non solo) che troveranno poi applicazione compiuta più avanti sulla Via; ed è forse questa un’altra lettura che possiamo dare al Kuden: sino a quando non avremo acquisito uno sufficiente esperienza (attestata appunto dal conseguimento del grado di Sandan) la nostra pratica del Ki no nagare sarà forse abilmente scimmiottata, esternamente perfetta dal punto di vista atletico, bella da vedere e appassionante da eseguire ma non ancora profondamente ed intimamente compresa, nel senso etimologico del termine.

Ad uno spettatore esterno parrà che nulla è cambiato e che addirittura la pratica di un anziano yudansha sia più lenta e goffa di quella di un giovane e reattivo mudansha, ma “l’essenziale è invisibile agli occhi” ed a volte tutto cambia anche quando nulla sembra cambiato, come ben racconta questo aneddoto di Ch’ing-Yuan: “All’inizio le montagne erano montagne e le acque erano acque, quando penetrai nella sapienza zen le montagne non erano più montagne e le acque non erano più acque, ma quando raggiunsi l’essenza dello zen le montagne furono di nuovo montagne e le acque di nuovo acque.”

Possiamo dire in conclusione che – con buona pace di chi vorrebbe “tutto e subito!” – vi sono dei tempi di maturazione che non possono essere compressi o abbreviati oltre un certo limite e naturalmente la cosa non è legata solo alla parte meramente fisica delle tecniche, ma soprattutto alla necessità di perseguire una necessaria crescita spirituale del praticante, poichè chi non è ancora in grado di riconoscere e impiegare il proprio Ki non può certo pensare di controllare quello altrui.

L’attento lettore potrà adesso rimproverare a chi scrive l’aver completamente trascurato l’importanza simbolica del numero tre, peraltro già incontrata confrontando l’esiguo programma per la promozione a Nikyu rispetto a quello ben più corposo richiesto per il Sankyu, ma questo ulteriore argomento ci porterebbe molto lontano e lo riserviamo per un’altra occasione.