(Traduzione ed adattamento di “Kuzushi? What is That and Why Do I Care?” di Harold Zeidman)

Adesso ti insegnerò il segreto di tutte le arti marziali” mi disse un giorno il mio sensei. Io fui molto sollevato da questa notizia; mi ero impegnato nell’addestramento per tre volte alla settimana nelle ultime sei settimane e praticando le mie cadute infine ero giunto ad imparare “la roba seria”. Il mio sensei allora mi insegnò lo happo no kuzushi (le otto direzioni dello squilibrio) e con aria seria mi spiegò che “qualsiasi attacco proviene da una di queste otto direzioni” e che sarebbe stata la mia capacità nel ricevere l’attacco da qualsiasi direzione di provenienza a determinare la mia abilità nella pratica delle arti marziali.
Sono certo che ancora oggi il mio sensei potrebbe raccontarvi quanto fossi irritato della cosa, poiché questa “rivelazione” mi appariva come la solita stupidaggine per illudere gli ingenui che occhieggiava alla filosofia orientale ma che non mi sembrava in nessun modo utile per aiutarmi ad imparare il jujutsu. Io volevo solamente imparare come proiettare lontano qualcuno e – se non questo – almeno come rompergli un braccio o qualcos’altro (come potete immaginare, ero abbastanza sanguinario all’epoca!), ma Sensei mi disse allora di continuare a praticare il mio happo no kuzushi e che quando avrei conseguito un grado sufficientemente alto, questa pratica avrebbe significato molto di più per me. Io non glielo dissi, ma ero convinto che avesse torto; in nessun modo lo happo no kuzushi avrebbe potuto davvero aiutarmi ad imparare il jujutsu.

Come sono già sicuro che avrete immaginato, smentendo i miei dubbi il mio sensei aveva ragione ed io mi sbagliavo. Più la mia esperienza aumentava, più significato acquisiva per me il kuzushi. Un giorno ebbi una “illuminazione”, e compresi che la mia crescita marziale con il conseguente ottenimento di gradi sempre più alti era dovuta proprio alla sempre migliore comprensione del kuzushi, mentre sino ad allora ritenevo che il miglioramento della comprensione del kuzushi era frutto dell’ottenimento di gradi sempre più alti.


Al suo più semplice livello, kuzushi significa “squilibrio” e prevede l’utilizzo del movimento della persona su cui lo applichiamo. Credo che la maggior parte dei praticanti di jujutsu comprendano questo principio in maniera intellettuale ma che non siano riusciti a farlo diventare parte integrante della loro pratica di jujutsu. Costoro non mettono in pratica il kuzushi, e quando vengono attaccati sono più attenti a fermare e contrastare l’azione dell’aggressore piuttosto che ad “accettare” l’attacco ed a permettere all’aggressore di scegliere il modo di “morire” grazie al kuzushi, determinando la tecnica da applicare mentre l’aggressore stesso è ancora in movimento.

I pochi concetti basilari che possono aiutare a comprendere i principi elementari necessari per ottenere il kuzushi dell’avversario in ogni tecnica sono i seguenti:

1) Non negate a nessuno il diritto ad attaccarvi. Quando arrestate un attacco voi state negando questo diritto e se fermate l’attacco fermate anche il suo kuzushi. Nella pratica del Dojo il vostro uke si ferma ed attende che voi applichiate la vostra tecnica; nella realtà, se arrestate l’attacco, il vostro aggressore eseguirà semplicemente un altro attacco mentre se riuscite a squilibrarlo quando è ancora in movimento, questo non gli sarà possibile.

2) Muovete tutto il vostro corpo insieme al vostro hara (il vostro centro) invece di muovere solo le vostre estremità. Il movimento di braccia e gambe deve essere il risultato del movimento del vostro centro in sincronia con quello del vostro assalitore.

3) Diventate una sola persona, insieme al vostro aggressore. Questa non è filosofia orientale, questa è una regola che ha implicazioni fisiche. Voi vi muovete quando lui si muove, alla velocità a cui si muove ed adattando il vostro movimento al suo attacco e mantenete questa unione finché lui non sbatte a terra. Solo accettando appieno il suo attacco e permettendo al vostro assalitore di muoversi nella direzione che desidera seguire potrete applicare la vostra tecnica con il massimo della efficacia senza offrirgli la possibilità di reagire. E’ importante comprendere che il nostro aggressore non riesce a reagire perché voi non gli date la possibilità di rendersi conto che qualcosa per lui sta andando storto e che sarebbe il caso di prendere provvedimenti, perché non opponete nessuna resistenza al suo attacco. E’ come un koan dello Zen: come potete controllare senza controllare?

4) Lo Zanshin (che significa “determinazione” o “impegno”) è fondamentale. Non stiamo parlando di come disporre i fiori in un vaso, stiamo parlando di jujutsu. Ogni fibra del vostro essere deve essere determinata ad accettare l’attacco del vostro aggressore ed a muoversi on lui durante tutta la applicazione della tecnica. Anche il vostro kiai deve esprimere la vostra determinazione facendo emergere il vostro ki ed espandendolo sino al vostro aggressore. Se voi pensate che ciò sia solo una stupidaggine della filosofia orientale, chiedete ad uno dei miei studenti e vi risponderà che anche il mio kiai ci unisce e ci consente di muoverci insieme come se fossimo una sola persona.

Se state ancora leggendo, allora probabilmente ritenete che ci potrebbe essere qualcosa di vero in quanto ho scritto (se non state leggendo, questa frase non ha senso, o no?). Una volta accettato che quanto sopra può essere vero, la domanda che salta fuori è: “Come posso imparare ad usare il kuzushi?”. La risposta è la stessa che il “New Yorker” diede ad un turista che si era perso e che chiese come potesse arrivare alla Carnegie Hall; la risposta fu semplicemente: “Pratica, pratica, pratica”. [Il “New Yorker” è un periodico statunitense fondato nel 1925, che si occupa principalmente di eventi culturali e mondani e si caratterizza per il suo umorismo raffinato e tagliente. La Carnegie Hall è forse il più famoso teatro di New York. NdR]

La seconda domanda è allora: “Cosa devo praticare?” e la risposta è altrettanto semplice, praticare “happo no kuzushi”, che è il segreto di tutte le arti marziali. Poiché questa potrebbe non essere una risposta esauriente, mi permetto di suggerire i seguenti passaggi:

a) Accettate il fatto che comprendere come usare il kuzushi richiede una intera vita di studio. Non sarete mai completamente padroni del kuzushi, potrete solo migliorare sempre più la vostra comprensione, rendendovi conto di quanto poco sapete e di quanto avete ancora necessità di imparare.

b) Praticate lentamente muovendo tutto il vostro corpo partendo dall’hara. Muovete le vostre anche e il vostro ombelico e fate in modo che il loro movimento muova a loro volta braccia e gambe. Imparare questo modo di muovervi richiederà molto tempo, perché solitamente muoviamo prima gambe e braccia e poi facciamo seguire il resto del corpo.

c) Rilassatevi respirando attraverso l’ombelico. Questo significa che dovete fare in modo di inspirare ed espirare profondamente, come se voleste portare il respiro sotto l’ombelico e non fermarlo nel busto, così come viene quasi sempre fatto. Se vi irrigidite e usate i muscoli, perderete la possibilità di sfruttare il kuzushi, perché arresterete l’attacco del vostro avversario e gli darete la possibilità di reagire.

d) Chiedete al vostro uke di attaccarvi lentamente e rispondete a questo attacco armonizzandovi con la sua azione. Per esempio, assicuratevi che la vostra parata abbia origine dalla rotazione delle vostre anche e che questa non arresti l’attacco. Invece di permettere che l’attacco continui mettendo a rischio la vostra incolumità, dovete fare in modo che il movimento del vostro corpo sia il diretto risultato del movimento delle vostre anche in sincronia con la parata, in modo tale che la vostra faccia non sia più sulla linea di attacco. Continuate a mantenere la sintonia con uke durante tutto il tempo in cui eseguite la vostra tecnica; non agitatevi e non abbiate fretta perché più forza impiegate nella vostra azione, più alto è il rischio di perdere il kuzushi.

e) Fate nascere il vostro kiai dal vostro hara e non dal vostro busto. Emettete il grido come se voleste attraversate il vostro avversario, non l’aria. In questa maniera il kiai esprime il vostro totale coinvolgimento nell’azione che state svolgendo, per tutta la durata della tecnica. Lasciatemi evidenziare ancora una volta che questa pratica deve essere svolta lentamente. La velocità aumenterà lentamente al crescere della esperienza e, se avrete fretta, non riuscirete mai ad imparare. Ci vorrà molto tempo per imparare qualcosa, in questa maniera? Certamente. Ma una volta che avrete compreso il kuzushi e la maniera di utilizzarlo, le vostre tecniche subiranno dei notevoli miglioramenti e – di conseguenza – diventerete un artista marziale molto migliore di quanto sareste mai riusciti a diventare in un’altra maniera, e dopo tutto, è per questo che studiamo jujutsu.

Se continuerete a praticare utilizzando il kuzushi, scoprirete che tutte le vostre tecniche diventano migliori. Durante una proiezione vi sembrerà che uke abbia fatto tutto da solo, e comincerete a chiedervi se si sia lanciato per farvi fare bella figura o per non offendervi. Quando colpirete qualcuno con un pugno, vi sembrerà come se fosse la sua faccia ad attaccare il vostro pugno (si, il kuzushi funziona per tutte le tecniche, anche negli atemi waza). Per questo il mio sensei disse che lo happo no kuzushi è il segreto di tutte le arti marziali e così, andiamo alla Carnegie Hall nell’unico modo che conosco per arrivarci: praticando, praticando, praticando.