Si dice spesso che “l’erba del vicino è sempre più verde”, e questo vale anche quando, piuttosto che al giardino, si guardi alla intera nazione straniera.

Probabilmente non potrebbero esistere due popoli più diversi del giapponese e l’italiano, condizione questa che genera a volte stranianti equivoci ed altre volte travolgenti passioni. L’italiano che si reca nel Paese del Sol Levante ne apprezza la gentilezza, la pulizia e la precisione ma alla lunga si sente soffocato da regole e galateo che a volte configgono con il semplice buon senso. La fascinazione del turista, intrigato da un mix unico ed originale di tecnologia e tradizione lascia il passo – quando la permanenza nipponica si prolunga per mesi o anni – alla fastidiosa sensazione di essere sempre e comunque un “gaijin”, di non essere mai completamente accettato, di percepire che dietro sorrisi ed inchini si cela una impenetrabile cortina fatta di riserbo e spesso addirittura di deplorazione.

Con il suo “Leggero il passo sul tatami”, Antonietta Pastore ci porta alla scoperta del Giappone di tutti i giorni, con i suoi piccoli e grandi riti, la quotidianità vissuta ed a volte subita, le regole e le usanze non scritte ma rigidamente applicate. Sedici anni di vita dall’altra parte del mondo, un marito giapponese, un lavoro che la porta a confrontarsi tutti i giorni con giovani aperti al confronto e anziani rigidamente ancorati alle tradizioni nipponiche non bastano alla Pastore per poter affermare di aver capito il Giappone. Sedotta dalla terra nipponica, ma forse mai amata, alla fine la Pastore torna in Italia, accettando che esistono amori che prevedono comunque l’abbandono dell’amato, che sia questo un uomo o una intera nazione.

Nel raccontare le sue vicissitudini, agili quadretti della vita quotidiana fatta di viaggi in treno cercando di districarsi nella selva di indicazioni scritte e annunci vocali, di quando e come indossare le scarpe o le ciabatte nei luoghi chiusi, nel galateo delle gite scolastiche e nella quasi invadente cortesia di un venditore di souvenir, la Pastore non giudica mai ma neppure assolve per partito preso, osserva e descrive una normalità “altra” che fa riflettere e sorridere, stimolandoci nell’esplorare anche le nostre “buone maniere” per mostrarci quanto potrebbero sembrare assurde agli occhi di qualcuno che venga dall’altra parte del mondo.

Una prosa lieve e precisa come un tratto di pennello di un calligrafo, in cui il Giappone è raccontato fuori dalle pagine un po’ ruffiane e un po’ kitch dei depliant delle agenzie di viaggi, che ci riporta una terra che ammalia e respinge, che forse non si farà mai comprendere fino in fondo ma che – anche per questo – conserva un fascino che va al di la di ogni differenza.

«Ma non si stancano mai questi giapponesi, mi viene a volte da pensare, di controllare sempre ogni gesto e fare tante cerimonie? Di non dire mai una parola di troppo, non mangiare per la strada, mettere la mascherina quando sono raffreddati, sorridere di continuo, inchinarsi in ogni momento?»

Quando vi offrono il tè, i giapponesi pongono la tazza non al centro del vassoio, «ma un po’ di lato, in un punto intuitivamente calcolato in modo da creare un equilibrio ben più originale e poetico di quello che imporrebbe l’estetica occidentale, banalmente basata sulla simmetria». Ma come si concilia tanta finezza con le musichette assordanti nei luoghi pubblici e le ragazze in uniforme che si inchinano come automi, all’ingresso dei grandi magazzini, per dare il benvenuto a clienti che le ignorano?
Nel corso di sedici anni di vita in Giappone, la fascinazione iniziale per la raffinatezza del gusto, la soavità dei gesti femminili, la discrezione e la delicatezza delle persone lascia così il posto al fastidio per l’apparente ipocrisia, la formalità e la rigidità dei giapponesi.
Ma il percorso dell’autrice, e del lettore, segue un doppio movimento.
A poco a poco, infatti, il sospetto di non aver capito fino in fondo i meccanismi di questa società, di non averne colto l’essenza, si fa strada. E allora Antonietta Pastore mette in discussione i suoi parametri interpretativi e comportamentali: quelli propri di noi occidentali.
Storie minime, spesso divertenti, compongono il racconto di questo libro curioso: l’intimità forzata durante un fine settimana in montagna con i colleghi, il ricorso di un uomo a una veggente per trovare l’anima gemella, una serata danzante tutt’altro che voluttuosa, la gentilezza un po’ invadente di un venditore al castello di Hikone…
Anche grazie alla letteratura giapponese e all’apprendimento degli ideogrammi, l’autrice si cimenta nella comprensione di una cultura piena di contraddizioni, «sofisticata e al tempo stesso provinciale, ipertecnologica ma per certi versi arretrata, ipocrita eppure onesta».
Arrivando alla definitiva consapevolezza che si tratta davvero di un mondo particolare, fuori da tutti i luoghi comuni, a cui non si può che tentare di avvicinarsi all’infinito.
E in questo avvicinamento Antonietta Pastore ci accompagna generosa, con la limpidezza della scrittura e la delicatezza del suo sguardo sulle cose, su quei particolari capaci di illuminare improvvisamente l’insieme.