(Traduzione ed adattamento di “Kata Training and Aikido” di Diane Skoss)

Chi non pratica Aikido è spesso confuso quando io parlo dei kata nella pratica dell’Aikido – “Intendi come quelli che si studiano nel karate?”. Perfino molti aikidoka conoscono i kata solo come un termine che si riferisce a delle sequenze di movimenti predeterminati, al contrario delle applicazioni, oppure li identifica nella serie di esercizi con le armi codificati da Saito Morihiro sensei.

Ueshiba Morihei apparentemente non approvava il metodo di addestramento dei kata, ritenendo che la “statica” predeterminazione di tecniche interferisse con la diretta e spontanea trasmissione delle tecniche da parte delle divinità.

Così, nella maggior parte degli stili di Aikido, il kata come sequenza di tecniche predeterminate non è utilizzato come metodo di addestramento principale. Kenji Tomiki, così come il suo maestro Jigoro Kano prima di lui, riteneva che il kata fosse un utile strumento didattico e lo incorporò nel suo sistema. Oggi, la maggior parte dei praticanti della Scuola Tomiki potrebbero dirvi che il kata è un insieme di tecniche praticate on un partner per l’insegnamento dei principi di base dei vari aspetti del Tomiki Aikido.

In effetti, il termine giapponese kata comprende tutti i significati sopra elencati… ed anche altri. Donn Draeger definisce il kata come una “forma concordata” e così spiega nel suo Classical Bujutsu: “il kata diventa… il principale metodo di addestramento per tutto il bujutsu… [perché] è l’unica maniera in cui l’azione che caratterizza il bujutsu può essere praticata senza che il praticante venga ferito o ucciso.”. Ovviamente, durante il Sengoku Jidai (Era degli Stati Combattenti), i guerrieri avevano molte opportunità di sperimentare sul campo di battaglia l’esecuzione diretta e spontanea delle tecniche, e preferivano concentrare il loro tempo di addestramento perfezionando le abilità che costituivano la base da cui qualunque tecnica sarebbe scaturita quando necessario. Questo era ottenuto attraverso innumerevoli ripetizioni di kata, praticati con un partner come “esecutore” (shidachi) ed un altro come “ricevente” (uchidachi).

I guerrieri erano evidentemente disposti a rischiare le loro vite basandosi su questo tipo di addestramento, forse perché la maggior parte delle tecniche e delle sequenze del kata era ritenuto una creazione del fondatore della Ryu direttamente ispirato dalla divinità. In ogni caso, il kata conteneva la conoscenza e l’esperienza acquisite grazie alle vittorie conseguite sul campo di battaglia, sia dal genio marziale di un individuo particolarmente dotato che come accumulo della esperienza di più persone. Ciascuna tecnica (a volte, anche l’intero kata, la qual cosa confonde i praticanti occidentali) nella sequenza di un kata, rappresenta lo studio di una specifica situazione – un particolare maai (distanza spazio-tempo), kamae (postura), modalità di attacco o di impiego dell’arma – e la sequenza è organizzata in modi diversi per enfatizzare lezioni particolari, solitamente di complessità crescente.

Impiegando queste ragionevoli protezioni e sequenze predeterminate, i guerrieri erano in grado di addestrarsi al limite del realistico per sviluppare riflessi, intuito e coraggio, necessari per sopravvivere in battaglia.

Il kata era considerato un componente essenziale della “forgiatura” spirituale operata dall’addestramento, che divenne sempre più importante quando tradizioni classiche subirono l’evoluzione necessaria ad adattarle ai tempi di pace. “Il kata è completamente impregnato, per come è stato tramandato, di koan fisici, o enigmi, situazioni che evocano delle crisi tecniche” (Draeger, Classical Budo, p. 52).

Per poter risolvere questi enigmi è necessario un processo di “apprendimento-tramite l’azione”, e questo processo investigativo rivela gradualmente le verità tecniche e spirituali indispensabili per giungere alla maestria.

Il kata esiste anche nella maggior parte delle moderne arti marziali giapponesi, anche se la sua importanza è in serio pericolo a causa del suo essere mischiato con la “sportività”. Sia il fondatore del Judo, Jigoro Kano, che il suo studente Kenji Tomiki ritenevano che la pratica del kata dovesse esistere fianco a fianco a quella del randori; il kata è il laboratorio, mentre il randori o la pratica libera, è il campo di prova. Kano sensei, consultandosi con i maestri di jujutsu, sviluppò i suoi diversi kata del kodokan Judo per esemplificare i principi del Judo ed offrire un tipo di pratica nella quale i praticanti potessero esaminare le tecniche in circostanze ideali, al fine di penetrarne la loro essenza. Nei kata del Kodokan Judo, “tutte le tecniche servono come guide per l’economizzazione di energiaprescritta dal Principio [della Massima Efficienza]” (Otaki e Draeger, Judo: Formal Techniques, p. 27).

Anche Tomiki sensei previde che i suoi kata incorporassero i principi del sui Aikido, ma a differenza del Judo, ove lo studio dei kata solitamente giunge dopo che un praticante ha una sufficiente familiarità con il meccanismo di una tecnica e l’ha sperimentata nel randori, nel Tomiki Aikido il randori no kata serve come introduzione alla tecnica. Così, questo kata di base fornisce una sorta di modello ideale per chiunque possa afferrare l’essenza dei principi, ed imparare ad adattarli alle svariate situazioni che incontra nel randori.

Tomiki sensei era peraltro preoccupato che la sua arte non diventasse “Sport Aikido” e per bilanciare la situazione e fornire una struttura per lo studio delle tecniche, lui ed il suo collaboratore Hideo Ohba, crearono insieme quelli che sono oggi conosciuti come i sei “koryu no kata” o i “kata classici”. Ciascuno di questi kata, che contiene da venticinque a cinquanta tecniche, consente un differente risultato tecnico, utilizzano sia attacchi che tecniche che potrebbero non essere sicure se praticate durante un randori. Il vocabolario così ottenuto è leggermente differente dall’Aikido praticato in altri stili, ed è dovuto al genio di Tomiki sensei e Ohba sensei, che ci permette anche di ottenere di diversi benefici di un modello di addestramento basato sui kata.

E’ però comunque indispensabile che coloro che si impegnano nell’addestramento con i kata tengano a mente che O’Sensei Ueshiba Morihei aveva assolutamente ragione. L’obbiettivo di tutto il kata, o “forma”, è di essere in grado infine di trascendere nello shu, ha, ri (conquistare la forma, rompere la forma, abbandonare la forma). Un addestramento vigoroso all’interno della forma è solo il primo passo; quando si pratica il kata in qualsiasi arte marziale si sta partecipando ad una eredità lasciataci dai nostri maestri – gli indizi che indicano il modo di rompere liberamente la forma sono comprese nelle forme stesse. Il nostro compito è quello di scoprirle.