Sulla figura dell’allievo ci sarebbe tanto da dire, ma poiché in misura diversa lo siamo tutti, è forse meglio che ciascuno compia un interessante esercizio di auto-analisi e si interroghi su motivazioni e modalità della sua pratica. Per aiutare in questo esercizio e magari per consolarci dei risultati ottenuti, può essere interessante la lettura di questi aneddoti, tratti dagli insegnamenti ed ai metodi di Georges Ivanovitch Gurdjieff.

L’obbedienza

Un maestro ricevette un giorno la visita di due uomini che chiedevano di diventare suoi discepoli.

Egli acconsentì, a condizione che si sottoponessero a un periodo di prova di tre mesi.

Per quasi novanta giorni il maestro non affidò loro il minimo compito; non raccontò loro una sola storia; non li invitò a nessuna riunione.

Quando si avvicinò il termine del loro periodo probatorio, li fece venire entrambi nel cortile della sua dimora, e disse loro: “Uscite e andate dove si trovano i cammelli; ognuno di voi ne prenda uno per la cavezza e lo conduca da me scavalcando il muro e facendolo scavalcare anche al cammello”.

Il primo discepolo disse: “Maestro, è scritto che l’uomo deve esercitare la sua intelligenza. La mia intelligenza mi dice che ciò che tu ci chiedi è impossibile, e il mio buonsenso mi dice che mi hai chiesto ciò solo per verificare se sono intelligente o no, e se so appellarmi al mio buonsenso”.

“Allora non cercherai di far passare il cammello al di sopra del muro?”, chiese il maestro.

“No, non lo farò”, rispose il discepolo, “e perdonami se ti sembro disobbediente”.

Il Maestro si rivolse allora al secondo discepolo.

“E tu, come risponderai alla mia richiesta?”.

Senza dire una parola, il secondo discepolo si diresse verso il cancello, e uscì. Il maestro lo seguì, invitando con un gesto il primo discepolo ad accompagnarlo.

Quando furono tutti e tre dall’altra parte del muro di cinta, dove si trovavano i cammelli, il secondo discepolo ne prese uno per la cavezza e lo condusse davanti al muro. Allora, sempre tenendo in mano la cavezza dell’animale, al quale diceva parole di incoraggiamento, tentò di scavalcare il muro.

Quando fu palese che il suo tentativo era destinato a fallire, il maestro disse: “Riconduci questo cammello dove l’hai preso, e seguimi”.

Qualche minuto più tardi, quando tutti e tre furono di nuovo riuniti nel cortile, il maestro disse loro: “Da che mondo è mondo, tutti sanno che il Cammino esige, da quelli che lo seguono, varie capacità, tra le quali l’esercizio dell’intelligenza, l’uso del buonsenso, e anche l’obbedienza”.

“L’obbedienza è importante quanto l’intelligenza e il buonsenso. Chiunque abbia insegnato, sa bene che quasi tutti cercano di dar prova di intelligenza e buonsenso, piuttosto che praticare l’obbedienza, creando così uno squilibrio fra queste tre qualità. La maggior parte dell’umanità crede che obbedire sia meno importante che trovare il modo di uscire da una situazione. La verità è che nessuno di questi elementi è più importante degli altri due. La loro importanza si rivela nell’azione. Il mondo è pieno di uomini intelligenti; ma dove possiamo trovare uomini di obbedienza?

“Il primo discepolo è scartato in quanto egli dà troppa importanza all’esercizio dell’intelletto. Il secondo è accettato perché non ha tratto conclusioni affrettate basate su quell’apparenza che gli uomini si ripetono reciprocamente, impedendosi così di dare quasi sempre il meglio di sé”.

Si rivolse poi al secondo discepolo e gli chiese perché avesse tentato l’impossibile.

Il discepolo rispose: “Io sapevo che tu sapevi che si trattava di un compito impossibile, e quindi non vi era alcun male a obbedire per vedere dove ciò avrebbe condotto. Sapevo che la soluzione più facile era dire: ‘è impossibile; il buonsenso mi impedisce di tentare, e che soltanto un individuo superficiale poteva pensare così. Abbiamo tutti abbastanza buonsenso per rifiutarci di obbedire, quando lo riteniamo necessario. Dunque, sapevo che volevi mettere alla prova la mia obbedienza e il mio rifiuto di fare scelte facili”.

I Tre ostacoli

Un giorno un Maestro accolse tre candidati che volevano diventare suoi discepoli. Al primo incontro il Maestro iniziò a comportarsi in modo eccentrico a tavola, facendo discorsi assurdi e avendo atteggiamenti strani. Disse anche talune parolacce e mangiò il suo cibo con le mani, asciugandosi la bocca al polsino della camicia. Uno di questi tre discepoli se ne andò, scandalizzato di questo atteggiamento.

Il secondo fa avvisato dai discepoli anziani (istruiti così dal Maestro) che questi era un truffatore, che si stavano organizzando per fargliela pagare e che lui doveva stare ben attento a fidarsi di un uomo così. Anche il secondo uscì dal gruppo.

Al terzo il Maestro proibì categoricamente di prendere la parola ogni volta che la chiedeva e di porre qualsiasi tipo di domande.

Anche il terzo se ne andò, sdegnato ed offeso.

Quando il Maestro fu solo con i suoi allievi disse: “Il comportamento di coloro che se ne sono andati illustra tre validi concetti. Il primo “non giudicare a prima vista”. Il secondo “non giudicare cose di grande importanza da ciò che dicono gli altri”. Il terzo “non fare della tua percezione di stima ed apprezzamento altrui il metro per il tuo giudizio su di loro.”

I discorsi serali

C’era una volta un anziano Maestro che aveva un gruppo assai numeroso di discepoli che, periodicamente, andavano ad ascoltarlo. Alcuni di loro, presi dall’entusiasmo di seguire la Via, gli dissero: “Maestro! Sappiamo quanto il discepolo deve darsi nelle mani della Guida, divenendo leggero come una foglia per essere sospinta dal Grande Vento. Noi lo vogliamo! Il desiderio della meta ci brucia dentro.”

Il maestro sorrise, perché conosceva i loro cuori e sapeva cosa si celava in essi e per un certo tempo non gli chiese nulla. Quando giunse il momento, il Maestro chiese ad uno di portare delle rose in un certo luogo. Ad un altro chiese di trasportare un diamante di sua proprietà ad un uomo, suo amico, che era molto lontano. Ad un altro ancora chiese di portare a termine un lavoro molto faticoso che lo avrebbe tenuto per dei giorni lontano dalla sua casa. Il primo discepolo rimase esterrefatto e, con il sorriso sulle labbra, negò la sua disponibilità. Il secondo iniziò a scusarsi ed a giustificarsi, sino a quando lui stesso fu convinto che continuare a chiedergli di occuparsi del diamante sarebbe stato disumano. Il terzo confermò la sua disponibilità e poi si rese irreperibile per il giorno in cui sarebbe dovuto partire.

La sera stessa, ai discepoli rimasti, il maestro disse: “Essere nella Via non vuol dire imparare nuove filosofie, ma soprattutto darsi al Lavoro. I buoni propositi, gli entusiasmi, i buoni ideali, servono a poco. Ciò che è necessario è il fare, ed il fare ben condotto secondo i termini del giusto tempo e nel giusto modo. Altrimenti ciò che io insegno non potrà penetrare. Quei tre amici hanno perso l’opportunità di entrare in sintonia diretta con l’Insegnamento e di capire attraverso l’esperienza. Si accontentano di ascoltare i miei discorsi serali. Questo non li porterà mai da nessuna parte.”