Uno degli errori che più frequentemente compie chi osservi addestrarsi dei praticanti di arti marziali è quello di credere che costoro si stiano addestrando per combattere al meglio un eventuale lotta a mani nudo o, peggio, uno scontro armati di spada, sciabola, bastone, lanci, arco, ventaglio, falcetto o quanto altro l’oplologia tradizionale racconti fosse in dotazione ai soldati di qualche decennio fa.

Errore compiuto certamente in buona fede basandosi sulle apparenze che si riescono ad osservare, ma non per questo da non rilevare e stigmatizzare. Ovviamente un marzialista, nel suo addestramento, cerca di migliorare in efficienza ed efficacia le tecniche da lui conosciute per sottomettere uno o più antagonisti, ma non è questo il fine unico e ultimo della sua pratica, così come lo scopo di un body buider nel suo allenamento non è quello di sollevare ripetutamente manubri o bilancieri. Si confonde insomma il mezzo con il fine, e purtroppo l’errore a volte lo compie anche chi si addestra, rivelando una censurabile limitatezza di intenti e prospettive.

Spiegare per filo e per segno a che fine tenda chi pratica le arti marziali tradizionali non è scopo di questo scritto: troppo poco lo spazio a disposizione, troppo limitata l’esperienza di chi scrive, troppe le possibili risposte, tante quanti i praticanti stessi.

Ma a suggerire un obbiettivo ed a stimolare una riflessione, proponiamo di seguito “Dimenticare la paura del dolore”, uno dei racconti brevi contenuti nella raccolta “Il mestiere della spada” dello scrittore giapponese Shotaro Ikenami e riportato qualche tempo fa dal M° Angelo Carlino sulla pagina social del TenShinAikidoRyu (clicca QUI per consultarla).
Buona lettura!

Pensate che un uomo qualunque possa essere in grado di appropriarsi perfettamente dell’arte della katana? Un giorno un certo Mataroku, che faceva il venditore ambulante d’anguille, si presentò all’improvviso nella palestra dello spadaccino Daijiro e, consegnando 5 Ryo (l’equivalente di circa 5000 euro d’oggi), tutto quanto aveva risparmiato negli ultimi anni, gli chiese di farlo diventare forte in soli 10 giorni. Anche se Daijiro cercava di spiegargli che ci sarebbero voluti come minimo 10 anni per poter imparare bene, Mataroku insistette prostrandosi fino a terra in un inchino di rispetto e disperata speranza. Avendo sentito tutta la storia, Kohei Akiyama, padre di Daijiro e anche lui spadaccino, disse: “Vediamo un po’ se posso darti una mano” e, dopo averlo fatto spogliare a torso nudo, lo legò al palo della palestra. Poi, tirando fuori la sua spada più corta, a velocità quasi invisibile, cominciò col dare un colpo di taglio leggero sulla pelle di quel corpaccione bianco. Poi un altro colpo e un colpo ancora. Man mano che il suo corpo si macchiava di rosso, al terrorizzato Mataroku veniva impartita dal maestro Kohei la prima lezione: bisogna dimenticare la paura del dolore. Dopo questo, il figlio Daijiro gli diede lezioni di tecnica della spada, così Mataroku riuscì a difendersi da solo dal fratellastro che veniva a strappare quei pochi soldi che guadagnava con la vendita delle anguille.