E’ abbastanza difficile spiegare il rapporto che mi lega con Daniela Cappi Sensei, soprattutto utilizzando uno strumento asettico come la tastiera di un computer. Apparirà strano ai più che si possa nutrire stima e affetto per una persona mai fisicamente incontrata di persona, eppure è così. Una serie di circostanze che sembrerebbero incredibili se non fossero vere hanno portato ad incrociarsi i nostri destini, complici le Arti marziali, e la limpidezza delle sue posizioni morali, la perseveranza nelle sue passioni marziali, il coraggio nelle sue scelte di vita hanno fatto il resto. Come tutte le persone serie, Daniela Cappi Sensei ha anche uno spiccato senso dell’umorismo, cosa sempre più rara in un mondo sempre più polemico e serioso come quello marziale. Questa sua “levitas” – come detto – è il contrappeso ideale ed efficace di una passione più che vissuta, incarnata, che viene efficacemente espressa nelle parole che di seguito riportiamo, che riteniamo non abbiano bisogno di ulteriori commenti. (NdR)

Non esiste solo il mal d’Africa, esiste anche il mal di Giappone. È una sottile e profonda nostalgia, come una dolce consapevolezza del tempo che passa e ogni anno, quando si avvicina il momento del viaggio, i miei sentimenti sono contrastanti esattamente come il paese e i suoi abitanti.

Amo profondamente i Giappone, e lo amo così com’è, con le sue apparenti contraddizioni. Amo la campagna giapponese, mi sorprendo a vedere le colline e ritrovo le sensazioni del mio primo viaggio in bus per raggiungere Yonago da Osaka.

Ogni anno, quando visito il nostro Caposcuola a Yonago, sento sempre quella leggera inquietudine che nasce dalla consapevolezza dell’impermanenza e dall’aspettativa di rivedere un anziano signore che ha la stessa età di mio padre e che come lui vedo invecchiare di anno in anno.

Impregnato dell’ineluttabilità del tempo che passa, il mio Giappone è pieno di sfaccettature e molto commovente, la partenza da Yonago è sempre un piccolo dramma interiore, cosi come il ritorno col Soke che mi apre il cancello di casa è una piccola vittoria.
Questo viaggio che si sviluppa intorno alla visita al Soke, rappresenta la differenza tra il turista marziale e il bushi. Non si tratta di una vacanza con una puntata all’Honbu Dojo per fare atto di presenza, perché per me e chi accompagno il jujutsu è kokoro, il cuore, e sta al centro.

Kokoro è la mia parola preferita; il suo significato è più ampio e profondo, l’ideogramma viene avvicinato nella sua traduzione giapponese alle parole mente, cuore, considerazione e attenzione. Per me è l’anima della pratica.

Perché in un una scuola tradizionale, quando si sceglie di accettare un Densho, la pratica deve passare naturalmente al primo posto della lista delle priorità, deve essere il centro pulsante della propria vita. Non è una passeggiata, per questo il nostro maestro ama ricordare che l’allievo può serenamente rifiutare il makimono, se in coscienza sente di non essere all’altezza dell’impegno richiesto.
Purtroppo per natura noi occidentali siamo avidi di gradi e riconoscimenti esterni alla pura pratica, e il nostro ego ci porta troppo spesso a considerare più i diritti che i doveri di una certa posizione.

Un alto grado invece implica una alta responsabilità, in primis verso il maestro che ha avuto fiducia in noi, e soprattutto verso la scuola stessa, perché un densho non è un riconoscimento fine a sé stesso, ma piuttosto un tassello fondamentale nella perennizzazione della scuola.

Jita kyoei, ovvero ricevere per poi dare: non dobbiamo dimenticarci che siamo chiamati ad esser i guardiani della tradizione, il nostro dovere è salvaguardare il capitale storico e culturale della scuola e trasmettertelo ai nostri compagni di studio. Prendere coscienza di questa responsabilità richiede del tempo e una certa maturità, ma è fondamentale. Non è per tutti.

Il nostro maestro lo ricorda regolarmente: siamo un’élite, un piccolo gruppo di persone impegnate in uno studio solo apparentemente fine a sé stesso.

Kodawari: con sobrietà e compostezza, uno standard personale che non ha molto a che vedere con il giudizio ed il consenso, o con i premi in palio. Un termine che noi occidentali traduciamo frettolosamente con “dovere” ma che indica invece l’orgoglio e la gioia per ciò che si fa. Una certa umiltà che tende a perdersi nelle nuove generazioni.

Proprio questa mancanza di riconoscenza è una delle ragioni della solitudine del maestro odierno…
Ma questa è un’altra storia.