Autore: Junyû Kitayama
Titolo: Lo stile eroico. L’eroismo in Giappone
Collana: Sannō-kai
Edizioni AR
134 pagine
Prezzo: 12,00€

Il volume ripropone un saggio che tratta dell’affascinante tema dell’eroismo in Giappone, e riveste particolare interesse perché redatto da un pensatore solitario e maestro di Judo che, pur giapponese, scrisse poco nella sua lingua madre, producendo invece saggi e testi in tedesco, dopo aver approfondito gli studi di filosofia nella Germania a cavallo tra le due guerre mondiali.

Colto ed erudito, laureatosi prima in patria alla università di studi religiosi, si trasferisce in Europa nel 1924 approfondendo i suoi studi di filosofia, indologia, sanscrito e latino. Una cultura ampia e poliedrica, che permette a Junyu Kitayama di avere la conoscenza necessaria per spiegare un peculiare aspetto della cultura nipponica a chi, come noi europei, ne conosceva poco o nulla.
Vuoi per la cultura dell’autore, vuoi per lo “stile” dell’epoca, lo scritto è tutt’altro che sobrio e compassato, ma d’altronde non potrebbe essere altrimenti, visto l’oggetto di discussione. La formazione spirituale dell’autore, unita alla sua cultura classica e cosmopolita gli permette di affondare lo sguardo nell’intima essenza dell’eroismo giapponese, offrendolo “tradotto” nei suoi agiti più eclatanti e nelle sue motivazioni più recondite. Non mancano frequenti esempi alla storia ed al mito nipponico, così come costanti sono i riferimenti allo shintoismo ed al buddhismo nella formazione e nella tempra dello spirito eroico.

Un intero capitolo è dedicato alla spada giapponese, la cui pratica è esaminata sia come educazione religiosa che come mezzo per conseguire la salvazione buddhistica. Un altro interessante capitolo è invece dedicato all’ethos eroico nella pace e nella crisi dello stato giapponese, e se il titolo del capitolo rimanda immediatamente a condizioni storiche ben identificate in fatto di tempi e luoghi, nondimeno il contenuto si offre ad una analisi di ben più ampio respiro.

Fino a non molti anni fa – complice una cultura, diciamo così, “risorgimentale” – il termine “eroe” faceva venire in mente i nomi di personaggi come Pietro Micca, Luigi Durand de la Penne, Francesco Baracca o Enrico Toti, tutti militari o comunque legati ad atti di guerra o di belligeranza, come nel caso di Salvo D’Acquisto o di Cesare Battisti. Oggi invece è assai più facile essere appellati come eroi; lo sono i calciatori che vincono un campionato o anche solo un derby, lo diventano ignari morti per incidenti sul lavoro o militari impegnati in cosiddette “missioni di pace” all’estero.

Junyu Kitayama offre invece una definizione chiara e sintetica su cui, lasciando da parte la retorica delle lapidi e dei titoli a nove colonne sui quotidiani, non si può non concordare: “E’ errato, e significherebbe una degradazione dell’eroismo, il definire eroi coloro che osarono cose straordinarie per caso e per circostanze esterne. Certamente le loro opere sono spesso meritevoli di lode e ammirazione, ma non scaturiscono dalla “grandezza eroica”. L’autentico spirito eroico agisce soltanto con la libera forza della decisione. Per questo le idee di tale spirito sono uniche, travolgenti e di effetto durevole sotto il profilo storico. La natura dello spirito eroico è caratterizzata dalle idee che esso sostiene. Esistono scienziati dai tratti eroici, eroi di natura religiosa ed eroi guerrieri. A fondamento della eroicità nel suo complesso sta lo spirito indomito, capace di prendere le proprie decisioni, incurante della regolarità quotidiana e della propria sicurezza personale” (pag. 16, dalla Introduzione, “Spirito eroico, quotidianità e morte”).

Ebbene, ecco allora che per essere un eroe, secondo Junyu Kitayama, non è indispensabile morire, ma è fondamentale avere una personalità decisa e dei principi indeflettibili, il cui rispetto costituisce insieme un diritto ed un dovere, come peraltro dimostra la stessa tragica vita dell’autore, che nel maggio del 1945 viene arrestato per collaborazionismo a Praga, sconta in diversi campi di concentramento cecoslovacchi la pena di un anno ai lavori forzati e muore infine a Praga nel 1962, senza che il governo cecoslovacco gli conceda mai di lasciare quel Paese.