Un film di Agustín Díaz Yanes. Con Viggo Mortensen, Elena Anaya, Eduardo Noriega, Javier Cámara, Jesús Castejón, Antonio Dechent.
Durata: 145 minuti – Produzione Spagna, Francia, USA 2006. –

Una pellicola contestata, che già nella locandina preannuncia luci ed ombre, evocate dal nome del protagonista, che ha ispirato la serie di romanzi dello scrittore spagnolo Perez-Reverte, di cui questo film è una specie di riassunto. Ecco quindi una storia di cappa e spada, che sullo sfondo storico della Spagna del 17° secolo impegnata in lotte di potere interne e guerra nelle Fiandre, narra vent’anni di vita di un uomo tanto abile con la spada da essere sempre impegnato o in battaglia o a sbrigare qualche “faccenda di sangue” per conto di nobili. Uno stile di vita che cambierà un poco quando al Capitano sarà affidata la tutela di Inigo, figlio di un suo compagno morto in guerra, ma non tanto da permettergli di coronare il suo sogno d’amore.

La buona volontà del regista non manca, e forse anche la presenza di un autore “di cassetta” come Viggo Mortensen deve aver stuzzicato la voglia di realizzare un kolossal alla pari di quelli a stelle e strisce ma ahinoi, tra il dire ed il fare c’è sempre qualcosa i mezzo e il film poco concretizza delle sue ambiziose pretese. Nonostante la bontà degli intenti infatti, lo svolgimento appare piuttosto confuso. A partire dalle scene di battaglia in cui è difficile, se non impossibile, distinguere chi stia da una parte e chi dall’altra, passando per gli intrighi di palazzo cosi articolati da dover essere prestamente abbandonati da chi dopotutto vuole vedersi un film e non risolvere un rebus, per finire con la descrizione dei caratteri dei protagonisti, immersi in una sorta di Alatriste di Rivombrosa, anche per via di giovani comprimari sufficientemente “belli e dannati” come Elena Anaya (Angelica) e il sempre in tiro (barba mai sfatta, giacca di pelle molto “in”) Unax Ugalde (Inigo), il tutto ambientato in una Madrid più borgo sugli Appennini in cui si incrocia un conoscente ogni volta che si fanno due passi e nevica sempre (ma l’estate non esisteva al tempo?) che capitale di un impero su cui il sole non tramontava mai, o quasi.

Qualche malizioso potrebbe accusare il regista di misoginia (ed in effetti le donne protagoniste della pellicola non fanno ne’ una bella figura ne’ una bella fine…) ma non gli può negare la cruda ed efficace ricostruzione delle imprese belliche, in cui emergono insieme le poche virtù e le molte pochezze dei soldati impegnati. Una menzione speciale va alla fotografia di Paco Feménia, decadente come il potere che ritrae, con l’apprezzabile tentativo di omaggiare un Velàzquez che fa capolino a destra e a manca.

Una pellicola molto, forse troppo “mediterranea”, pervasa da voglia di grandezza e sottile malinconia, che lascia lo spettatore non esaltato come al termine de “L’ultimo samurai” di Cruise – Zwick (e la citazione non è casuale…) e neppure accontenta i palati fini che vorrebbero vedere una risposta in salsa ispanica all’olmiano “Il mestiere delle armi”, ciononostante il film merita la visione (e se fosse stato tagliato di una ventina di minuti lo avrebbe meritato ancora di più) non solo da parte di coloro che si appassionano a tirar di scherma, ma anche di tutti quelli che ogni tanto riflettono sul rapporto tra libero arbitrio individuale e Destino deciso altrove, perché alla finfine, tanti di noi un po’ ci si ritroveranno, in questo soldataccio male in arnese con un senso d’onore tutto suo, incapace di confessare il suo amore alla donna per cui è pronto a dare la vita, fuori dal suo tempo e quindi – per questo – sempre attuale nel suo essere umano.