Il presente articolo è stato realizzato nel febbraio del 2008, raccogliendo e tentando di organizzare in maniera uniforme i pareri allora espressi dai vari partecipanti alla discussione tenuta su un forum di arti marziali. Ringraziamo sinceramente – oggi come allora – tutti coloro che hanno partecipato con i loro contributi.(NdR)

Nella pratica a mani nude, ed ancora di più in quella con le armi, assume importanza imprescindibile l’unità di “azione-movimento”, ovvero ad un colpo (uchi, atemi o percossa che sia) deve essere unito uno ed uno solo movimento, di uno o più arti o di tutto il corpo.

Se prendiamo in esame un attacco fondamentale di spada come il gyaku yokomen vediamo che si parte in guardia destra con la spada ad altezza media (chudan) e si dovrebbe avanzare direttamente col piede sinistro per chiudere la distanza mentre si porta il colpo, ma spesso accade che più o meno consapevolmente il passo sinistro sia preceduto da un avanzamento più o meno percettibile del piede destro che “scivola” avanti. Cosa apparentemente insignificante, ma che comporta un “ritardo” della azione che in realtà sarebbe fatale, non solo perché ci si avvicina al partner quasi scoperti, non solo per la frazione di tempo che si perde ma anche (e soprattutto?) perché ci si muove quando la nostra “intenzione” è ancora aldilà dall’essere consolidata.

A parole è difficile rendere il concetto, ma credo che la cosa sia ben conosciuta ai praticanti. Proprio perché si tratta non tanto di un errore “tecnico” correggibile nel tempo con l’affinamento della pratica ma proprio di un errore “concettuale” la cosa andrebbe da subito evidenziata e corretta, anche nei principianti. Spesso si usa l’approfondimento prettamente tecnico per chiarire le componenti di un movimento od una sequenza ma non si dovrebbe trascura mai neanche il concetto di ciò che si starebbe cercando di esprimere con un determinato movimento. E’ importante, per poter dare una conoscenza o, meglio, una consapevolezza a tutto tondo di ciò che si pratica.

L’esempio dello gyaku yokomen è forse il più eclatante ma non certo l’unico; spesso si chiede, per esempio, di fare “UN colpo supportandolo con UN passo”, magari in una tecnica apparentemente elementare, e subito i passi divengono due, nello stesso modo in cui lo spieghi, oppure il braccio che porta il taglio “carica” inutilmente detto taglio. Tutti movimenti istintivi dovuti alle proprie posture mentali, alla propria coordinazione psico-motoria, alla propria consapevolezza dei propri arti… al proprio essere…. e chissà quante altre cose, che alla fine pongono il praticante “in ritardo” sulla sua stessa “intenzione”, costringendolo, nel rendersi conto di ciò, a compensare con quei tipici passetti o saltelli un po’ nevrotici per “far riuscire” la tecnica, sempre comandati dal proprio istinto e sempre poco funzionali in una disciplina marziale.

La pratica di un’Arte Marziale è (anche) esattamente il tentativo di “sovrascrivere” questo genere di posture mentali, forse corrette per la nostra vita di tutti i giorni, ma poco funzionali nel contesto in cui si pratica. Si tratta a volte di andare contro le proprie paure, che attivano quegli istinti di fuga o di evasione, si tratta di far sì che le tecniche si concretizzino quasi “da sole”, perché a monte c’è una adeguata impostazione ed un movimento corretto del corpo. Si potrebbe dire, in estrema sintesi, che si tratta di “riprogrammare il nostro istinto”, cosa che per esser raggiunta richiede appunto più consapevolezza delle proprie “periferiche” (piedi…mani…la stessa testa…) e più coordinamento, al fine di rendere ottimale ogni singolo movimento. Massimo risultato col minimo sforzo, insomma. Ovviamente deve essere il corpo che impara il movimento, e questo avviene solamente dopo tanta pratica e nella continua ripetizione dei movimenti e dei meccanismi imparati a suo tempo a livello solo mentale-mnemonico. E’ in sala o sul tatami che si imparano quali movimenti fare, ma capita che il livello di coordinazione e controllo della postura,reazioni, azioni, etc… al principio non risponde fedelmente a quanto si ha in testa di fare, anzi a volte nemmeno ci si accorgere dell’errore. Per questo l’istruttore è presente e osserva e corregge il necessario, scendendo nel tempo nei particolari; come per scolpire un blocco di legno, si parte con pialla e raspa, mazzuolo e sgobia per poi passare alla carta vetrata. Ancora un altro esempio: nell’affondo la proiezione del corpo verso l’avversario non dovrà mai essere troppo pronunciata, in quanto tale errore potrebbe portare ritardare il recupero alla posizione di guardia (nel caso in cui abbia mancato il bersaglio o il colpo fosse stato parato), quindi si correggono errori comuni come eccessivo caricamento sulla gamba avanzata e indebolimento e/o rilassamento della gamba arretrata (che non deve mai far perdere il contatto della pianta del piede dal suolo), sempre salvo non si tratti di colpi risolutivi, dove si tende a tralasciare questi aspetti fondamentali per guadagnare misura.

Una cosa molto interessante del praticare un’Arte Marziale è che questa mette in “discussione” noi stessi e quello che noi consideriamo essere il rapporto con il nostro corpo, con i nostri movimenti e con quello che è la differenza tra “intenzione” e “realtà”, contribuendo a mettere in discussione e ad evidenziare la differenza tra “pensiero” ed “azione” ed a farci conoscere meglio, in definitiva, noi stessi. Noi facciamo sempre “micromovimenti” per aggiustare la nostra posizione, quale che sia, da fermi o in movimento; (in effetti praticare l’immobilità assoluta è una cosa assai difficile). Questo è assolutamente naturale, ma è l’inconsapevolezza di questi movimenti che è interessante da osservare. Spesso, sotto “stress” questi movimenti inconsapevoli vengono enfatizzati, non sono più quei minimi movimenti che un po’ naturalmente dobbiamo fare. In particolare se lo “stress” è dato da una forte pressione emotiva, vedi per esempio il caso di un assalto in cui voglio fare certe cose o sono costretto dal contesto ad agire in certi modi. E spesso questi movimenti esagerati sono improduttivi. Per cui “ci si fa ammazzare”, cosa deplorevole. Lo studio formale delle tecniche avrebbe quindi il senso di sviluppare un maggiore coordinamento, come dei punti di riferimento più forti – per quanto possibile – del tipo di sollecitazione “esterna” cui siamo sottoposti, ma anche in grado di “resistere” alle nostre stesse impulsività. Quelle “forme” si ritengono le più adatte ad ottimizzare il movimento, e quindi ottenere un migliore risultato pratico, ma sono anche concepite perché stimolando precisione “costringano” il praticante a pensare a quel che fa, stimolando anche la consapevolezza di come è perché deve muoversi in un tale modo. L’aspetto però che “complica” il tutto – ma qui sta il bello – è che ciascuno si muove comunque a modo proprio, e quindi non c’è “il” modo giusto uguale per tutti.

C’è quello “giusto” per ciascuno, e che va trovato da soli. L’impressione che spesso si ha, è che a fare solo “forme” si sviluppi una favolosa disciplina, ma poi diventa assai difficile applicarle in modo tale da adattarsi alle inevitabili variazioni che la “realtà” richiede. D’altro canto, a fare solo combattimenti liberi si acquisiscono attitudini che magari “funzionano” ma che non necessariamente sarebbero le migliori e le più ottimizzate, cosa che si nota soprattutto quando non hanno più quelle risorse fisiche a cui si era abituati, ad esempio quando sono si è stanchi o fisicamente debilitati. Da qui la necessità di un metodo di pratica che definisca canoni rigidi ed elastici allo stesso tempo, che permetta di avere forti punti di riferimento formali, schemi motori precisi, ma che non “reprimano” la persona nella sua scoperta di come adattare questi movimenti a se. In effetti, anche se in assalto o nel combattimento libero sono accettabili, in certa misura, dei movimenti di aggiustamento personali, spesso non è neanche il risultato materiale (vinco/perdo) a dimostrare se quei movimenti “personali” erano giusti o meno. Parlando con maestri di Arti marziali orientali dei kata, ci si sente dire che “più che la assoluta precisione formale della sequenza, bisogna cercare di osservare lo stato mentale in cui la persona fa questa sequenza”.

Questa è una importantissima osservazione e questo è da osservarsi anche in assalto libero, in quanto mezzo proprio per raggiungere quel senso di autodisciplina che è parte della consapevolezza ricercata. Il punto fondamentale quindi è sempre che una volta sviluppate quelle basi comuni su cui muoversi e che devono essere canoni molto precisi (perché solo così danno una traccia chiara su cui lavorare), ogni caso – ogni praticante – è da osservarsi “caso per caso”, donde l’idea – per fortuna almeno nelle Arti marziali – che “è l’individuo che fa la differenza”. Così appare chiaro che “la tecnica è un mezzo e non un fine”, ovvero è uno strumento tramite il quale esperire e verificare dei concetti/principi, da applicare poi; in altri termini, fermarsi alla tecnica sarebbe come imparare a memoria il risultato di tutte le possibili operazioni matematiche, invece di comprendere il principio che ne sta alla base, con tutti i rischi del caso…

Nel particolare della pratica armata, si considerano in qualche modo le armi impiegate come le bacchette del rabdomante, in grado di evidenziare difetti di postura, di passeggio e/o di equilibrio che a mani nude sono magari un po’ meno “plateali”…. In effetti, l’arma condiziona moltissimo il movimento e non permette quelle libertà di azione che si possono sviluppare a mani nude. Un po’ già per il fatto di avere un “oggetto” in mano di per sé, un po’ perché questo “oggetto” ha delle regole specifiche e piuttosto rigide per essere utilizzato in modo che funzioni. Ecco quindi, tornando allo specifico, che quello spostamento in avanti o quella mancata evasione, che a mani nude potrebbe sembrare di secondaria importanza, assume nella pratica armata una fondamentale discriminante.

Ancora, ecco che la pratica del Dojo o della Sala d’arme diventa un utile strumento per sviluppare la capacità di evidenziare e tentare di ridurre la distanza tra “quello che voglio fare”, “quello che so fare” e “quello che in realtà faccio” anche nei tanti impegni della vita quotidiana.