Chi abbia una certa familiarità con il nostro Dojo sa che molti degli arredamenti e delle attrezzature che utilizziamo sono autocostruite.

La cosa risale a diversi anni fa, quando alla difficoltà di reperire rastrelliere porta armi, kamiza e colpitori (allora Amazon, Wish ed altri negozi online non esistevano…) si unì una certa passione per il bricolage. Una delle particolarità che hanno contraddistinto i nostri modesti lavori è stata sempre quella di utilizzare materiali economici e di facile reperimento, possibilmente usando materiali riciclati altrimenti destinati alla discarica.

Dopo anni di onorata carriera e diversi traslochi, il nostro primo tanren-uchi ha raggiunto la sua meritata pensione e così, complici gli ultimi giorni di vacanza estiva ed una visita al gommista per un intervento urgente all’auto, ecco l’idea per impegnare una mattinata.

Con tanren-uchi si può indicare tanto un tipo di pratica quanto l’attrezzo utilizzato per eseguirla; come in altre occasioni, illuminante è l’analisi dei caratteri giapponesi del nome: 鍛練打ち.

鍛 (tan) si traduce come forgiatura o tempratura, azioni che si eseguono per rendere più duro o resistente l’acciaio (in radicale a sinistra del carattere è infatti una versione semplificata 金 che indica il metallo) e – per estensione – indica l’esercizio della disciplina o raffinamento delle facoltà della mente o del corpo.

練 (ren), esprime i significati di esercitarsi, allenarsi, addestrarsi, ma anche di lucidare, plasmare o raffinare. Si pensi in questo caso all’azione dello spadaio giapponese che con infiniti colpi di maglio espelle le impurità dal panetto di acciaio per realizzare la sbarra da cui poi formerà il katana.

打ち (uchi) come sanno i praticanti di arti marziali orientali, esprime le azioni di battere, picchiare, o colpire, con a sinistra del carattere il radicale di “mano”.

Considerando quanto sopra quindi, “tanren uchi” si potrebbe tradurre come “allenarsi colpendo per addestrare il corpo e la mente” ed indica una pratica basata sulla esecuzione di colpi portati ad un bersaglio con energia e ritmo, allo stesso modo con cui un fabbro colpisce col martello il ferro incandescente per modellarlo nella forma voluta ed in maniera simile alla pratica al makiwara dei karateka.

Per gli Aikidoka questa pratica viene di solito realizzata colpendo con dei fendenti di bokken una fascina di legno o – nei tempi più recenti – un vecchio pneumatico, come si vede fare in vecchi filmati tanto da O’Sensei Ueshiba Morihei, che da Saito Morihiro Sensei.

Benché uno degli effetti sia senz’altro mettere alla prova la struttura fisica e muscolare del praticante, è bene dire che se non si esegue questa pratica in maniera attenta e concentrata, mirando solo a colpire con forza il bersaglio, il conto da pagare può essere abbastanza salato, con indolenzimenti e dolori alle articolazioni di spalle, gomiti e polsi. Questa pratica infatti ci mostra subito quanto sia indispensabile avere una postura radicata, salda e rilassata per poter trasferire in maniera efficace ed efficiente la potenza delle anche al monouchi del nostro bokken, evitando – o, almeno limitando, perniciosi “colpi di frusta”.

Prima ancora che con la forza bruta, ogni colpo deve essere portato con attenzione e precisione, come se fosse l’unico ed il solo a nostra disposizione.

I praticanti più anziani che abbiano familiarità con il metodo didattico della Iwama Ryu ricorderanno che Saito Morihiro Sensei raccontava quanto questa pratica fosse utilizzata da O’Sensei Ueshiba e quanto poco durassero i tanren-uchi realizzati con fascine di legno sotto i loro colpi potenti e ripetuti, fatto questo che probabilmente ha orientato nei decenni successivi ad adottare un più comodo e resistente pneumatico usato, come mostrato a partire dal minuto 7:52 del video seguente.

Da queste poche righe appare quindi chiaro che questa pratica, pur nella sua semplicità, può essere molto proficua, allenandoci ad una corretta presa dell’arma ed ad una efficace trasmissione dell’energia lungo la catena articolare del corpo.

Una pratica semplice che necessita di un attrezzo altrettanto semplice: un vecchio copertone di automobile, un po’ di pezzi di legno tagliati a misura e ricavati da una vecchia tavola da edilizia, viti e mezza giornata di tempo et voilà, il nostro nuovo tanren-uchi è pronto a salutare gli allievi del nostro Dojo quando riprenderemo la nostra pratica, tra qualche giorno!