Tra le cose piacevoli delle vacanze, ci sono sicuramente l’avere un po’ più di tempo per dedicarsi ai propri piaceri e la minor pressione derivante dai propri impegni professionali; complici questi due fattori mi sono concesso la visione di due film un po’ anzianotti, per certi aspetti indicativi del modo in cui le Arti marziali orientali furono percepite in Italia al principio della loro diffusione.

Il primo film è praticamente un mio coetaneo, essendo uscito nelle sale nel 1962. Si tratta di “Due samurai per cento geishe” per la regia di Giorgio Simonelli. La pellicola vede tra gli attori Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Mario Carotenuto e Gianni Agus, mentre tra le attrici un ruolo ben “visibile” è interpretato da Margaret Lee, Moa Tahi e Rossella Como.

La trama della pellicola è abbastanza esile, giusto il necessario per consentire agli attori di esprimere le loro capacità istrioniche e solleticare la curiosità esterofila degli spettatori verso un mondo tanto affascinante quanto sconosciuto. Franco e Ciccio sono due sempliciotti che sbarcano il lunario come possono, quando vengono a sapere da un furbo avvocato di aver ereditato una grossa somma di denaro da una zia immigrata in Giappone e moglie di un samurai.

Decidono così di partire verso il paese del Sol Levante per incassare l’eredità insieme all’avvocato, che nel frattempo ha fatto firmare loro uno strano foglio in bianco. Arrivati in Giappone scopriranno che prima di prendere possesso del denaro dovranno diventare due samurai provetti e – come se non bastasse – che un clan rivale vuole vendicarsi su di loro per la morte del loro capo.
Al loro servizio ci saranno due geishe facenti parte di un organizzazione cinese specializzata nel commercio della droga, che cercano quella prodotta e venduta dallo zio spacciatore. Tra malavita e polizia tutto alla fine andrà per il meglio e i nostri eroi diventeranno samurai, ma l’avvocato prenderà la loro eredità avvalendosi del foglio bianco firmato. Per fortuna riceveranno una grossa taglia di denaro come ricompensa per aver sgominato la banda, sposando poi le due geishe, e l’avvocato, in quanto erede, subirà la vendetta dell’altro clan. La pellicola non ha grandi pretese, trattandosi dei classici “instant movie” girati come parodie di film più seri e famosi (ma non sempre migliori…); l’umorismo è di grana grossa, spesso basato su giochi di parole (basti pensare ai nomi delle due geishe: Mi-Tzi-Ka e Ku-Fhu) o su inquadrature pruriginose di schiene al bagno o ginocchia a filo gonna.

Testimone dell’età sono anche altri particolari, dalla confusione che viene a volte fatta tra Cina e Giappone quasi come fossero lo stesso paese (anche se i giapponesi sono i Buoni ed i cinesi i Cattivi…), alcune grossolanità relative alle Arti marziali (ma quelle ci sono anche in pellicole odierne) e alcune situazioni che oggi sarebbero tranciate di netto dalla censura (Franco Franchi che cade di faccia in un sacco pieno di cocaina e diventa fortissimo e coraggioso sconfiggendo da solo la banda dei malviventi oppure – nella stessa occasione – sempre Franchi che alle perplessità di Ingrassia che gli fa notare la superiorità numerica dei cinesi obietta “Noi siamo mafiosi e li battiamo tutti!”).

Pur negli evidenti limiti sopra detti, la pellicola si lascia vedere e strappa più di qualche sorriso (imperdibile Mario Carotenuto che interpreta un notaio dagli occhi a mandorla, prodigo di detti attinti dalla saggezza degli antenati come da antologia la scena in cui i passi di un kata di Judo danno vita ad uno scatenato twist, coinvolgendo marzialisti in keikogi e ballerine classiche in calzamaglia che, strano ma vero, si allenano nello stesso edificio), confermandosi come una interessante alternativa ad un moderno “blockbuster” a stelle e strisce.

Buona parte di quanto scritto vale anche per la seconda pellicola, più giovane di una decina d’anni, in cui Franco Franchi recita senza Ciccio Ingrassia. Si tratta dello stracitato “Ku-fu? dalla Sicilia con Furore” del 1973. Anche in questo caso il film è una parodia di quelli provenienti dalla Cina che iniziarono ad essere proiettati in quel periodo invadendo le sale cinematografiche, generando un breve ma intenso fenomeno. In questo caso il film – inizialmente annunciato con il titolo “La capa più tosta di tutta la Cina” fa il verso a “Cinque dita di violenza” di Cheng Chang-ho e si basa, come il precedente più sull’istrionismo degli attori che su una trama coinvolgente.

Si tratta infatti della storia di Franco, detto “Fico d’India”, che con la scusa dell’addestramento e con la promessa di sposare sua figlia che Franco non ha mai visto, viene sfruttato come factotum e uomo di fatica dal suo Maestro, il “Mandarino di Sicilia”. Franco viene mandato a Roma per partecipare ad una competizione che vedrà affrontarsi i più forti marzialisti della capitale e per questo si iscrive alla scuola del maestro Kon Chi Lay, dove si addestra con scarsi risultati nella difficile arte marziale del Karate.

Subdolo e crudele avversario del Maestro Kon Chi Lay è, ovviamente, Lo Con The, al cui servizio agiscono tre fortissimi e spietati samurai (dopo aver visto la scena del taglio della porchetta arrosto con una katana, ogni volta che sentirete parlare di tameshi-giri non riuscirete a trattenere un sorriso…) .

Anche Kon Chi Lay sfrutta Franco per traslochi di mobilia e lavori vari, mentre gli fa credere di addestrarlo ad una antica tecnica di lotta. Buona parte degli scontri tra buoni e cattivi avvengono all’interno di un ristorante cinese gestito da un cuoco che ha quale arma segreta una micidiale testata con cui tramortisce tutti i suoi avversari e la cui figlia, manco a dirlo, cancella dal cuore di Franco il ricordo della sua promessa sposa. Con un po’ di fortuna Franco vince anche il concorso di Karate (nei cui combattimenti coreografati non mancano, peraltro, tecniche di Judo e Jujutsu…), sconfiggendo il campione di Lo Con The, e ottenendo – quale ambito premio – un posto di vigile urbano.

Non solo la Giustizia, ma anche l’Amore alla fine trionfa, poiché Franco sposa la figlia del cuoco mentre questi impalma la figlia del Maestro siciliano. Pur se meno curata nelle scenografie della precedente e con un Franco Franchi non sempre efficace senza Ingrassia, anche questa pellicola merita una visione, pur senza grandi attese, non foss’altro per sorridere con un pizzico di nostalgia sul periodo in cui i film di “artimarziane” erano a metà tra demenzialità e critica di costume, con pochi mezzi e tanta fantasia.