La pratica delle Arti marziali contiene in sé un “paradosso” comune a molte altre attività umane, paradosso su cui ci si arrovella molto e – credo – ci si continuerà ad arrovellare in futuro.

Di fatto, nella maggior parte dei casi – specie quando parliamo di discipline che non prevedono un impegno strettamente agonistico – la pratica delle Arti marziali è oggi profondamente diversa rispetto a quando queste sono nate.

Se alla nascita lo scopo principale di una Arte marziale era quella di salvare la propria vita e toglierla ad un avversario, oggi – per tutta una serie di motivi questo obbiettivo è radicalmente mutato. C’è chi pratica per “tenersi in forma”, chi per approfondire determinati aspetti emotivi e spirituali, chi con un ottica fisico-terapeutica, altri ancora per sentirsi un po’ “samurai de’ noantri“!.

Insomma, se la scherma, il lancio del giavellotto ed il tiro con l’arco avevano due o dieci secoli fa uno scopo, oggi la pratica di quelle discipline ha obbiettivi profondamente diversi, e la cosa è così ovvia che nessuno sta li a discuterla più di tanto.
Se però una disciplina o un’Arte cambia i suoi obbiettivi finali, capita spesso che vengano variati anche gli strumenti impiegati per raggiungerli e la didattica per acquisirli.

Parliamoci chiaro: se oggi lo scopo della pratica in Dojo, ring o sala d’armi fosse quella di preparare dei “guerrieri” (volutamente tra virgolette), sarebbe alquanto strano dover impiegare anni ed anni nell’addestramento, quando reparti militari di elite impiegano poche settimane o mesi per formare i loro membri operativi… facciamo qualche esempio: l’aspirante membro della legione straniera francese viene inviato presso il centro di addestramento basico dove partecipa ad un corso di addestramento dalla durata di quattro mesi. Al termine del primo mese di addestramento, l’arruolato ottiene la qualifica di “Legionario” e successivamente al completamento del corso basico, il personale viene inviato ai Reggimenti operativi.

I candidati al 9º Reggimento d’assalto paracadutisti incursori “Col Moschin”vengono scelti attraverso un iter selettivo della durata di due settimane, e attraverso un lungo ciclo addestrativo, della durata di circa due anni. La selezione per entrare nello Special Air Service britannico ha una durata di sei mesi ed è considerata tra le più dure al mondo.

Abbiamo citato solo alcuni esempi e parliamo di forze militari speciali altamente specializzate, che però vengono selezionate, formate e rese operative in pochi mesi… appare francamente difficile credere che per imparare un kata di Karate, una forma di Tai Chi Chuan o una sequenza di attacchi e parate di spada possa essere necessario più tempo… quindi – fatta salva la buona fede di tutti gli attori in campo, dobbiamo rivolgere il nostro sguardo altrove, per giustificare gli anni e anni e anni di pratica.

Il primo indizio è proprio nel fare di necessità virtù; l’addestramento è un costo, e quindi per massimizzare il rapporto costi/benefici è ovviamente necessario ridurre il tempo allo stretto indispensabile. Anche (se non soprattutto) ad operatori altamente specializzati non è richiesto di sapere “tutto” quanto piuttosto di sapere quanto è per loro strettamente indispensabile, sviluppando poi la classica attitudine “improvvisare, adattarsi e raggiungere lo scopo” (stiamo ovviamente procedendo per estreme semplificazioni, consapevoli di fare anche affermazioni grossolane, ma lo scopo non è quello di dettagliare i particolari dell’addestramento militare…).

Il praticante di Arti marziali odierno, che NON deve andare a combattere agli ordini di uno Shogun, può invece trascorrere anni a studiare il gesto di rinfoderare la spada o muovere un piede perché – per dirla come Katsumoto, il protagonista del film “L’Ultimo samurai” – “Il fiore perfetto è una cosa rara. Se si trascorresse la vita a cercarne uno, non sarebbe una vita sprecata”.

Senza voler deplorare nessuna disciplina e nessuna didattica, mi limito però a ricordare come in questo “paradosso” siano giocoforza coinvolte TUTTE le Arti e discipline che nel cambio di obbiettivi e metodi debbono necessariamente trovare un punto di equilibrio tra passato e presente.

Esemplari – a mio avviso – le situazioni di Krav Maga e Jeet Kune Do.
Il primo è un sistema di combattimento di origine israeliano ideato nella prima metà del 1900 con l’obbiettivo di sviluppare un sistema di combattimento efficace ma rapido da apprendere, al fine di addestrare le neonate forze speciali israeliane. La seconda è è un’arte marziale sintetizzata da Bruce Lee negli anni sessanta basandosi sui concetti di semplicità, efficacia ed economia delle energie ed escludendo la distinzione in scuole e stili. Sia l’uno che l’altra vengono oggi insegnate – quasi sempre – con la stessa metodica e tempistica delle Arti marziali “tradizionali”, con esami di grado, anni di studio e forme didattiche, suscitando non di rado polemiche e contrasti tra chi – pur praticando le stesse discipline – vorrebbe adottare metodi diversi.

Ecco quindi che comincia a diradarsi la nebbia intorno a due grandi sezioni didattiche in cui viene divisa la pratica standard di un praticante standard, che viene introdotto all’Arte con lo studio di tecniche “base” (in giapponese, “kihon”) per poi passare a quelle “avanzate”.

Personalmente amo molto l’etimologia delle parole, e agli allievi del nostro Dojo (e prima ancora, a me stesso) ricordo sempre che una tecnica viene studiata all’inizio dell’addestramento non perché sia più facile, ma perché è fondamentale. Considerando la pratica del Takemusu Aikido, nel programma del grado più basso dei principianti, si trovano ad esempio le applicazioni di due principi come Ikkyo ed Iriminage, in merito ai quali Morihei Ueshiba, Fondatore dell’Aikido, affermò che fosse necessaria una vita per studiarli (senza – immagino – neppure la sicurezza di comprenderli…). Insomma, non è certo vero sempre e per tutti che praticare sufficientemente bene la prima forma di “morotedory kokyu-ho” sia più semplice che eseguire la quinta forma della stessa tecnica, nonostante la prima faccia parte del programma di quinto kyu e la seconda del programma di terzo Dan, però la pratica della prima forma consente di sperimentare movimenti e principi su cui si fonderà lo studio delle forme successive.

Insomma, facendo un paragone edile (insito peraltro nella catalogazione delle tecniche sopra menzionata), le tecniche “base” sono appunto quelle su cui si “appoggia” lo studio di quelle successive, così come le fondamenta di un edificio sono le prime che vengono realizzate e sono le parti su cui si appoggiano i piani superiori successivi. E se realizzare plinti e travi lineari può sembrare più facile che erigere sinuosi muri divisori, non è detto che entrambe le costruzioni abbiano la stessa importanza nella “resistenza” dell’edificio.

Così, per nella consapevolezza e nel rispetto della esperienza di ciascuno, è opportuno, a mio avviso, che ogni tanto il principiante si confronti con tecniche “avanzate” e l’esperto ritorni a praticare tecniche “base”; il primo avrà più chiaro uno degli obbiettivi della pratica del kihon, il secondo potrà trarre dai kihon nuovo alimento e stimoli alla sua pratica, come una sorta di Uroboro marziale.

Occorre poi dire che non di rado la divisione tra tecniche di base o avanzate è abbastanza arbitraria, e che quelle che sono basiche in una Scuola sono considerate avanzate in un’altra, a conferma di quanto la suddivisione sia più un artificio didattico piuttosto che una Verità inscalfibile, e che – ancora – spesso siamo noi stessi ad autoinfluenzarci nella esecuzione, considerando “facili” le tecniche di base (e magari fustigandoci quando non riusciamo ad eseguirle come vorremmo) e “difficili” le tecniche avanzate (rinunciando in partenza a sperimentarle).
Quest’ultima riflessione è stimolata dalla pratica in Dojo: si comincia con i suburi di aikiken (esercizi individuali con un simulacro di spada), per poi passare al primo kumitachi (esercizio a coppie) nella esecuzione kihon, ed infine alla esecuzione di alcune henka (variazioni) dello stesso esercizio.

Benché la esecuzione delle forme “henka” non sia necessariamente più difficile della forma “kihon”, il solo fatto di praticare qualcosa di “particolare” spesso fa scattare una sorta di “blocco” inconscio, che rende più difficile l’esecuzione dell’esercizio.

Nell’affrontare questo aspetto è fondamentale – a mio avviso – la figura dell’insegnante, che non solo deve “saper fare”, ma deve soprattutto “saper far fare”, applicando strumenti didattici, motivando e spiegando, pur lasciando a ciascun allievo la “libertà” di studiare, provare, sbagliare e capire con i propri mezzi ed i propri tempi.

Bisogna insomma, che sia chiaro che tecniche di base e tecniche avanzate sono due facce della stessa medaglia, e che l’esistenza e la pratica delle une senza le altre è – nel migliore dei casi – poco più di una perdita di tempo.