Uno dei componenti spesso presenti in un Dojo tradizionale è il “Nafudakake”, un pannello su cui sono piazzate una serie di targhette, posizionate tramite ganci o binari che ne permettono il movimento.

Come nella maggior parte degli oggetti orientali, una prima analisi non può prescindere da un esame degli ideogrammi che ne compongono il nome. In questo caso Nafudakake è scritto 名札掛けcon i caratteri che rispettivamente si possono tradurre come: 名nome; 札targhetta, biglietto, etichetta; 掛けsospeso, appeso, attaccato. Una traduzione letterale sarebbe quindi: “Targhette con nome appese”, il che rappresenta esattamente l’oggetto di cui parliamo.

Chi abbia superato una sessantina di anni di età o – se più giovane – una certa attenzione alle tecnologie del passato, ricorderà che sino a qualche decennio fa, nella maggior parte dei luoghi di lavoro, l’orario di entrata ed uscita dei dipendenti veniva timbrato su un cartellino, che veniva poi riposto, insieme a quello degli altri dipendenti, in un apposito raccoglitore posto vicino alla macchina segnatempo.

Il nostro nafudakake riprende un po’ lo stesso concetto, ma piuttosto che segnare l’orario di entrata o uscita dal tatami, riporta in breve la “carriera” degli studenti, ovvero indica il grado da loro posseduto. E’ bene a questo punto specificare che questo pannello non è una esclusiva delle arti marziali ma si può trovare in tutti i Dojo dove si svolga una disciplina tradizionale giapponese che preveda un qualsiasi tipo di gerarchia tra i praticanti; in altre parole potremo trovare un nafudakake sulla parete di un Dojo di Jujitsu o di Kyudo, ma anche in una sala dove si pratica il Chado (la Via del tè) o lo Shodo (la Via della Calligrafia) così come in alcuni santuari shintoisti per mostrare i nomi dei benefattori oppure in alcune organizzazioni moderne come i vigili del fuoco volontari.

Fatte salve le diverse realizzazioni pratiche, sul nafudakake vengono appese delle targhette di legno, solitamente rettangolari e realizzate in legno chiaro, ciascuna riportante il nome scritto a mano di ogni praticante del Dojo. Queste targhette vengono poi disposte sul pannello in ordine di grado e – per i pari grado – in ordine cronologico in base alla data in cui è stato sostenuto l’esame.

Nel nostro Dojo, ciascuna targhetta riporta sul fronte il nome e cognome del praticante scritto in caratteri normali ed il nome scritto in caratteri katakana, il sistema sillabico con cui in Giappone vengono trascritte le parole straniere. Sul retro di ogni placchetta poi, è riportato il curriculum del praticante, con le date di inizio della pratica e dei vari passaggi di grado.

Come detto, le targhette sono appese a dei chiodini o fatte scorrere all’interno di appositi binari, in modo da rendere agevole lo spostamento ad ogni passaggio di grado oppure la rimozione quando il praticante decide di lasciare il Dojo. Quest’ultimo particolare merita una ulteriore riflessione, che contribuirà a comprendere il valore del nafudakake.

Abbiamo paragonato le placchette dei nafudakake ai cartellini segnatempo delle aziende occidentali e la cosa potrebbe apparire un po’ irrispettosa; in effetti, il nafudakake riporta non solo il nome degli appartenenti dal Dojo ma esprime soprattutto la volontà di ciascuno di fare parte del Dojo stesso, intendendo il Dojo non tanto come struttura fisica che ospita un certo tipo di pratica ma piuttosto come un insieme di persone accomunate dalla stessa passione e determinate a viverla assieme.

In altre parole, sul nafudakake potremo trovare la targhetta con il nome di un praticante che – per motivi personali – sia lontano da mesi o anni dalla pratica ma continua a sentirsi parte integrante del Dojo, partecipando alla sua vita, anche solo facendo gli auguri di compleanno o i complimenti per un passaggio di grado ai suoi compagni e – viceversa – potrebbe essere assente il nome di chi – pur partecipando in maniera costante alle attività del Dojo abbia liberamente scelto di non essere parte integrante della vita comune dello stesso.

Come è ben noto a chi abbia una sufficiente conoscenza delle discipline orientali, un Scuola tradizionale si può considerare più una sorta di famiglia allargata che una mera associazione burocratica, con la differenza che mentre in una famiglia uno ci nasce e si ritrova i parenti che il destino gli ha assegnato, una Scuola la si sceglie e liberamente si decide di farne parte o – un giorno – di uscirne.

Questo implica una serie di constatazioni, alcune abbastanza evidenti altre forse meno. E’ cosa nota che nelle Scuole tradizionali ci fosse una netta distinzione tra allievi “interni” ed “esterni”. I primi, in passato, vivevano per periodi più o meno lunghi (mesi, anche anni) all’interno del Dojo o negli immediati pressi, non solo partecipando a più sessioni di pratica giornaliere ma anche occupandosi delle tante incombenze necessarie, dalla manutenzione della struttura alla pulizia del giardino, sino alla assistenza fisica del Maestro che li ospitava; esemplari – a questo proposito – tanto la biografia di Saito Morihiro Sensei che visse fianco a fianco al Fondatore dell’Aikido per oltre vent’anni che la testimonianza di Gaku Homma Sensei, che fu uno degli ultimi uchideschi di O’Sensei Ueshiba Morihei.

Gli allievi “esterni” erano (e sono…) coloro che possono anche essere sul tatami ogni giorno ma con un atteggiamento che oggi si definirebbe più da palestra o da negozio, una sorta di “ordino, pago, pretendo” in cui la pratica è basata solamente su un rapporto economico ed in cui il cliente/allievo non si preoccupa minimamente di contribuire al buon andamento del Dojo, che si tratti di pulire il tatami, di imbiancare un muro o di spostare un mobile.

Non è – sia ben chiaro – un giudizio di merito, essere un allievo “interno” o “esterno” è a volte una scelta dettata dalle circostanze (non tutti possono vivere per settimane o mesi a migliaia di chilometri da casa) ma più spesso riflette una attitudine personale ed una disposizione d’animo. Parafrasando la nota citazione di un presidente degli Stati Uniti d’America, si potrebbe dire: “Non chiedete cosa il Dojo può fare per voi, chiedetevi cosa voi potete fare per il Dojo”, sarà la risposta che ciascuno di noi darà a sé stesso a far capire a lui ed al Dojo-cho, aldilà dei proclami altisonanti, delle promesse appassionate e dei giuramenti melodrammatici, se il deshi potrà usare il prefisso uchi oppure soto.

Lo ribadiamo perché nessuno si senta offeso ma anche perché nessuno coltivi false illusioni: chi non riesce a racimolare poche decine di euro all’anno per confermare la sua associazione non potrà essere un allievo interno, chi non spende poche decine di secondi per unirsi agli auguri dei compagni sulla chat del Dojo non è un allievo interno, chi ha sempre altro da fare quando si tratta di sistemare la sala per accogliere un ospite esterno, una conferenza o una assemblea non è un allievo interno.

Chiarito questo, ciascuno fa la sua scelta e decide liberamente comportarsi, consapevole che “do ut des” è un motto latino ma valido in tutti i tempi ed in tutti i luoghi. E’ per questo motivo che sul raccoglitore ciascuna targhetta viene posta dal diretto interessato, su invito del Dojo-cho; con un gesto semplice (ma non banale!) ognuno decide se “essere” nel Dojo, con il Dojo e per il Dojo; una scelta che lo vincola – ovviamente – solo con la sua coscienza e da cui può recedere in ogni momento.

Non è questo il luogo in cui descrivere gli eventuali vantaggi nell’essere un allievo “interno”, è una scelta che si fa (o si dovrebbe fare…) non in funzione di un arido calcolo di costi e benefici, quanto per un desiderio intimo di essere parte di un qualcosa, anello di una catena che giunge a noi dal passato e noi vogliamo contribuire ad offrire al futuro, mattone su cui e con cui costruire qualcosa che è parte di noi ma anche più grande di noi.

Di fatto, essere “avanti agli altri” sul nafudakake non significa essere necessariamente più buoni o più bravi di chi è dietro o di chi non c’è proprio; significa aver fatto una scelta, di cui ci ricordiamo ogni volta che entriamo in Dojo e vediamo il nostro nome su quella targhetta.

Poi, in termini pratici, nel nostro Dojo, guardare il nafudakake può essere utile per aiutarci a scegliere il nostro posto sulla fila dei praticanti in seiza pronti per il saluto oppure per ricordarci come si scrive il nostro nome in katakana ed individuare quindi sulla rastrelliera il nostro jo oppure il nostro bokken, ma questa è un’altra storia…

Chi voglia vedere le varie fasi di costruzione del nostro nafudakake troverà un breve riepilogo nel video sottostante.