Si assiste oramai da tempo ad una serie di episodi che – visto il loro numero – è oramai difficile definire isolati o frutto della isteria del singolo.

Certamente ciascuno di loro meriterebbe una analisi specifica ed è frutto di circostanze affatto singolari, pure non si può non notare che sono tutti legati da una sorta di filo rosso che li collega e li stringe in un punto focale comune.

Azioni e reazioni

Periodicamente, sui media di comunicazione, qualcuno fa una affermazione e subito dopo si scatenano una ridda di commenti, improperi, contestazioni e distinguo che più passa il tempo e meno hanno a che fare con la affermazione di partenza.

Una categoria emblematica è quella che vede accomunati tra loro affermazioni più o meno discriminatorie ed offensive e le levate di scudi conseguenti, in cui i paladini dell’onore offeso elevano vibrate proteste all’indirizzo dell’oltraggioso commentatore, cercando di smentirlo in tutti i modi.

Giusto per citare due casi tra i più “rumorosi”, prendiamo per primo quello che qualche anno fa ha coinvolto il ministro Elsa Fornero ed i giovani in cerca di prima occupazione. Il ministro afferma: “Non bisogna mai essere troppo “choosy” (schizzinosi, ndr)” e si scatena la baraonda.

Singoli giovani, associazioni, movimenti e sindacati tutti uniti ad affermare che i giovani sono tutt’altro che schifiltosi, accusando la Fornero di essere fuori dalla realtà. Beh, rileggiamo la frase, il ministro ha affermato che i giovani “non dovrebbero essere” non “che sono” schizzinosi.

Differenza da poco? Non credo, anche perché il sottoscritto ha incontrato più di una matricola iscritta al primo anno di università che sdegnava qualunque mansione non fosse almeno a livello di un PhD così come – ovviamente – ha conosciuto un sacco di ragazzi che si sono mantenuti agli studi facendo i baby sitter, camerieri, bagnini o lavorando in agricoltura nei mesi estivi.

In altri termini, il ministro ha affermato un principio tutto sommato condivisibile a lume di buon senso, che se non può e non deve essere la giustificazione per lavori sottopagati a giovani altamente qualificati, pure evidenzia un problema che comunque esiste, anche se in misura marginale.

Secondo esempio: in una trasmissione televisiva l’allora sottosegretario Polillo afferma che: “In Germania le cose vanno meglio perché lì la gente lavora” evidenziando – certo con scarsa diplomazia – che esiste un gap di produttività tra Italia e Germania. Anche in questo caso è scoppiata la polemica, ma non c’è tra noi chi non abbia avuto modo di notare in molte occasioni, in uffici pubblici o grandi aziende, che c’è una applicazione a dir poco creativa di permessi, licenze, pause caffè, congedi per malattia e quant’altro.

La differenza tra “posto” e “lavoro”

Qui a Taranto, specie quando l’Italsider era ancora pubblica, nei periodi di vendemmia o raccolta olive molti “metal mezzadri” si mettevano in malattia per poter accudire ai lavori agricoli senza perdere il diritto allo stipendio; in tempi più recenti l’amministratore delegato di FIAT ha puntato il dito sull’”assenteismo anomalo” che si verifica con certificati di malattia in occasione degli scioperi o delle partite della Nazionale e con permessi elettorali a pioggia.

Sia chiaro, non si vuole dare ragione o torto a nessuno, solo evidenziare che troppo spesso, su problemi seri si discute della forma senza affrontare la sostanza.

“Un po’ se la è cercata”


Ultimo caso, quello che più ci interessa: la piaga delle violenze sulle donne non accenna a diminuire; tante, troppe donne sono vittime di abusi, molestie e stupri. Pochi ricordano che la stragrande maggioranza dei delitti sono compiuti da fidanzati, mariti o familiari e si preferisce puntare il dito contro il cattivo sconosciuto, ancora meglio se straniero.

OK, va bene, fosse anche una sola la vittima, sarebbe una di troppo.

Un editoriale pubblicato su un sito internet di orientamento cattolico elenca improvvidamente alcune cause scatenanti il “femminicidio”, invitando le donne a fare autocritica.

Alcune di queste tesi ci riportano più o meno al periodo preistorico in cui leggenda vuole che i maschi conquistassero le femmine a suon di randellate in testa, ma tant’è… di fatto, in una sorta di delirio in cui ad ogni corbelleria deve corrisponderne un’altra uguale e contraria, si è scatenata una valanga di affermazioni in cui il godimento di un diritto mette in secondo piano la prudenza e l’opportunità di un gesto, ancorchè lecito.

Cerchiamo di essere più chiari: se è discutibile e destituita di ogni fondamento l’equazione: stupro = “ragazze e anche signore mature che circolano per la strada in vestiti provocanti e succinti”, è altrettanto vero che basilari norme di buonsenso e prudenza consiglierebbero non solo ad una donna, ma anche ad un uomo, di non circolare in determinate zone da solo, a notte fonda e magari non in completo possesso delle proprie facoltà psicofisiche, come nel caso di uso ed abuso di alcool o sostanze stupefacenti.

Certo, è nel pieno diritto di ciascuno circolare sulla proprietà pubblica come e quando vuole, ma è sempre opportuno farlo?

Ovviamente la legge proibisce la violenza, l’aggressione e la rapina, ma questo basta a proteggerci ed a dissuadere i malintenzionati?

Prevenire è meglio che reprimere

Insomma, mie care signore e signorine, nessuno nega che voi abbiate il sacrosanto diritto di andare dove vi pare, quando vi pare ed abbigliate come più vi aggrada, quello che vi si chiede è se è opportuno farlo.

Perché se così è, se il godimento del diritto è più importante della opportunità del godimento dello stesso, se la repressione vale a mettere in secondo piano la prevenzione, allora lasciate pure aperta la porta di casa ed le portelle dell’autovettura, perché la legge vieta i furti; lasciate pure i vostri gioielli per strada, perché la legge vieta le rapine, disattivate antifurti e smontate inferriate e porte blindate da casa.

Lo potremmo fare, se vivessimo nel migliore dei mondi possibili, ma così non è, e le leggi prevedono delle sanzioni proprio perché vi è chi quelle leggi non ha intenzione di rispettarle, ed è per questo che la prevenzione ha un ruolo fondamentale – per quanto spesso misconosciuto – nella difesa personale.

La differenza tra speranza e realtà

Parliamoci chiaro, qualunque cosa vi abbiano raccontato o vi (ci) piaccia sperare, in caso di aggressione vera, reale e violenta, il corso antistupro da 30 ore, le dieci lezioni di Difesa Personale fatte un po’ scazzati in palestra con quattro amici e conoscenti, le quattro tecniche provate in maniera collaborativa attenti non solo a non provocare lividi, escoriazioni e lussazioni, ma finanche dolore e sudore, non solo non ci serviranno, ma addirittura potrebbero essere un rimedio peggiore del male.

Quindi, mie care signore e signorine, nessuno vi vieta di indossare tacchi a spillo, minigonne e camicette scollate, nessuno vi proibisce di camminare da sole alle tre di notte in una strada buia, fate solo in modo di chiedervi, con buon senso ed onestà intellettuale, se è il caso di farlo.

Nessuno vuole favi indossare il burqua e nessuno vuole sostenere che siate voi la causa della spregevole violenza che potrebbe assalirvi, quello che però il buonsenso deve urlavi nelle orecchie è: “prevenzione, prevenzione, prevenzione”, perché la difesa personale è fatta al 90% di prevenzione, ovvero “non essere al posto sbagliato nel momento sbagliato”, il resto è fatto di tanta fortuna ed un pizzico di preparazione, che peraltro non guasta mai.

Chiunque sostenga il contrario è un illuso, o è in malafede.