Editore: Guanda
Pagine: 96

In questo libro l’Autore racconta la scoperta della propria identità fisica, l’interesse per la pratica delle arti marziali e la ricerca di un “linguaggio del corpo”. Il volume è la testimonianza di un’appassionata indagine nella propria identità di uomo, oltre ogni limite e oltre ogni convenzione ed è scritto con un linguaggio non sempre facile e fortemente simbolico (la nostra solidarietà al traduttore!) che emerge già dalle prime righe del libro: “In quest’ultimo periodo ho cominciato a percepire in me un accumularsi multiforme assolutamente inesprimibile attraverso un genere artistico oggettivo qual è il romanzo, ma ormai non potrei più divenire un ventenne poeta lirico; e in ogni caso non lo sono mai stato”.

Mishima scrive, due anni prima del discusso suicidio attuato tramite il rito del seppuku, ad un libro per il quale egli stesso afferma di aver inventato una forma intermedia tra la confessione e la critica; un dominio sottilmente ambiguo definibile come “critica occulta”. Il dominio del crepuscolo, ai confini tra la notte della confessione ed il giorno della critica.

E il suo scrivere coincide con l’affannosa ricerca di un linguaggio del corpo capace di esprimere la scoperta della propria identità fisica ed il nascente interesse per la pratica delle arti marziali, rispondendo da un lato all’esigenza di favorire fedelmente l’azione corrosiva delle parole e dall’altro alla risoluzione di entrare in rapporto con la realtà in uno spazio assolutamente non toccato dal linguaggio.

“Sole e Acciaio” si pone, quindi, come la testimonianza più netta dell’ossessione spirituale e carnale di Mishima nei confronti della vita e della morte, nell’ottica di quella che a posteriori è stata riconosciuta come estetica e logica del corpo, secondo cui la rappresentazione della carne assume valore di verifica intesa come la necessità di trovare e identificare se stessi nella concretezza della carne. Nella possibilità di squarciarla per costatarne l’occulta interiorità.

L’autore dunque, fedele al principio secondo il quale il suo corpo, pur essendo il prodotto di un’idea, costituisca anche il manto più adatto per nasconderla, abbandona la predilezione per le notti in stile Novalis e smette di considerare il sole come un nemico, per giungere alla contestazione nei confronti dei suoi tempi approdando infine alla scoperta di una specie di abisso nella superficie in grado di garantire la consistenza e la forma del corpo, importante frontiera che divide il mondo interno da quello esterno. Stimolato dal sole a trascinare il pensiero fuori dalla notte delle sensazioni viscerali, fino al rigonfiamento dei muscoli fasciati da una pelle luminosa in grado di costituire nuova dimora in cui i pensieri possano abitare, Mishima si converte all’acciaio riconoscendone l’importanza allo scopo di ribaltare il silenzio della morte nell’eloquenza della vita.

L’acciaio e la conseguente sensazione di forza da esso scaturita si pongono, quindi, come ponte tra l’io ed il mondo con il corpo che si nutre dell’impulso romantico verso la morte e che, secondo l’ideale classico, tende alla perfezione per poterne diventare sacerdote ed altare.

L’allenamento del sole e dell’acciaio, a cui mi ero dedicato per così lungo tempo, era dunque un’attività in grado di produrre quel genere di scultura fluida, e poiché il corpo così plasmato apparteneva strettamente alla vita, tutto il suo valore doveva essere riposto in ogni attimo di quello splendore. Perciò la scultura che rappresenta il corpo umano celebra con marmo imperituro l’essenza effimera della carne. Ne consegue che appena oltre, un attimo dopo, preme già la morte. La funzione del coraggio fisico consisterà sempre nell’accettare la sofferenza; in altre parole, il coraggio fisico è la fonte del gusto di capire e di assaporare la morte ed è anche la prima condizione della facoltà di comprenderla”.