Come appare subito evidente a chi si avvicini alla pratica delle discipline di origine orientale, il galateo ed il rispetto delle norme di comportamento hanno una particolare importanza che va al di la di una mera formalità di facciata ma piuttosto esprime tanto lo spirito del praticante che quello della disciplina praticata. Questo atteggiamento è particolarmente sentito nelle discipline in qualche modo influenzate dal Confucianesimo, come la maggior parte di quelle cinesi e giapponesi, per via della particolare attenzione che questa filosofia spirituale attribuiva al rispetto della ritualità e dei rapporti gerarchici (genitori – figli, Maestro – allievo, Imperatore – suddito, ecc.) che dovevano riprodurre sulla terra l’ordine cosmico dell’universo.

Tra i gesti più importanti che caratterizzano tutte queste discipline possiamo senz’altro annoverare quello che segna fisicamente (e non solo!) l’inizio e la fine di ogni sessione di pratica e che prevede un inchino più o meno marcato oltre ad una serie di altri movimenti. Sebbene questo saluto (chiamiamolo così per comodità di esposizione, ma vedremo nel prosieguo di queste note che è qualcosa di più di un atto di benvenuto o di commiato) venga principalmente eseguito in occasione delle pratiche di gruppo, è bene evidenziare che dovrebbe caratterizzare – per i motivi che vedremo appresso – anche il principio ed il termine di una pratica individuale condotta da soli.

Come in altre occasioni, particolarmente illuminante è l’analisi dei caratteri ideogrammatici utilizzati per indicare questo saluto, che in cinese viene espresso con 禮 (che si pronuncia Li in mandarino e Lai in cantonese). L’ideogramma è composto da due caratteri: il primo è 示, che nel nostro caso ha linee più strette e “verticali” e che quando utilizzato come radicale a sinistra di un ideogramma più complesso può assumere anche la forma 礻. Questo carattere ha valore semantico ed indica – come appare ancor più evidente nelle sue forme più antiche – un altare con i doni offerti dai fedeli alle divinità. Il carattere a destra ha valore principalmente fonetico per indicare la pronuncia e l’ideogramma nel suo complesso esprime l’idea di eseguire un rito sacro di fronte ad un altare e viene utilizzato anche per esprimere significati più ampi come dono o regalo, rito o cerimonia, galateo e norme di comportamento o saluto. E’ bene notare che quando viene utilizzato 禮 si indica un dono che prevede importanti interazioni sociali o gerarchiche (quali – appunto – le offerte fatte dai fedeli alle divinità), mentre per indicare un regalo scambiato tra amici è più utilizzata la forma 禮物.

Già da questa prima analisi appare chiaro che il saluto che apre e chiude una sessione di pratica non è solamente un atto formale di cortesia, da eseguire magari in maniera svagata o distratta ma il primo atto che esprime la qualità del nostro spirito ed è in qualche modo fondamento e coronamento della pratica che racchiude. Stante l’etimologia del termine si tratta di un vero e proprio “atto sacro”, inteso nel senso che caratterizza una pratica non solamente fisica, ma anche emotiva e spirituale, che ci permette di entrare in contatto con il nostro intimo più profondo e ci riporta nel “qui ed ora”, condizione indispensabile per una pratica proficua. Il leggero inchino che lo caratterizza non rappresenta solo il concetto di cedevolezza alla base di tante discipline marziali, ma esprime anche l’umiltà, la pazienza e la disposizione d’animo a rispettare i Maestri e ad accettarne gli insegnamenti e le correzioni.

Questo aspetto appare ancora più evidente nella pratica delle discipline che si rifanno alle applicazioni marziali, dove un gesto errato o mal interpretato poteva fare la differenza tra la vita e la morte e dove – ancor più che altrove – la forma è sostanza e la sostanza è forma e – ad esempio – l’ampiezza dell’angolo con cui pieghiamo il busto è in grado di rivelare ad un occhio attento la nostra esperienza e la nostra comprensione dei principi della disciplina praticata.

Sempre rimanendo in ambito marziale, nella pratica delle discipline comprese nel curriculum marziale del Vecchio stile Fu (Tai Chi Chuan, Liang Yi e Ba Gua Zhang, principalmente) ogni sesione di pratica viene aperta e chiusa con una forma di saluto che, insieme ad un leggero inchino con il busto prevede anche un movimento delle braccia con la mano destra chiusa a pugno che viene accolta dal palmo della mano sinistra aperta, portate entrambe quasi all’altezza del volto.

Questo saluto, comune a molte Scuole marziali, viene chiamato “Bao Chuan Lai” con gli ideogrammi 抱拳 礼 che – anche in questo caso – spiegano in maniera esaustiva il significato letterale e simbolico del termine. Il primo ideogramma 抱 è composto da due caratteri, il primo è la rappresentazione stilizzata di una mano aperta ed il secondo esprime, anche visivamente, l’idea di avvolgere o coprire qualcosa, rappresentando quindi nel complesso l’idea di coprire o avvolgere qualcosa con una mano aperta. Il secondo carattere 拳 è ben noto a chi abbia dimestichezza con le arti marziali cinesi e indica una mano chiusa a pugno. Il terzo carattere 礼 è la rappresentazione semplificata dell’ideogramma 禮 già visto in precedenza, che indica una cerimonia o un rito. Possiamo quindi tradurre 抱拳 礼“Bao Chuan Lai” come “la cerimonia in cui si racchiude un pugno chiuso in una mano aperta.

Senza voler approfondire troppo concetti che ci porterebbero più lontano delle possibilità offerte da uno scritto breve destinato a lettori di differente esperienza, evidenziamo ancora una volta l’influenza confuciana che emerge in questo concetto. Il Rito, secondo questa visione filosofica, non è un atto a cui l’uomo sottostà per placare una divinità sconosciuta o per ingraziarsene i favori, quanto piuttosto un atto cosciente e volontari, partecipato a livello fisico, emotivo e spirituale, che ripropone nel microcosmo Uomo la mirabile perfezione ordinatrice del Macrocosmo di cui l’uomo stesso fa parte. La corretta esecuzione del rito, il rispetto delle regole, l’osservanza delle gerarchie non sono quindi un comportamento subito “obtorto collo” ma un rispetto dell’ordine generale del mondo di cui l’uomo stesso fa parte, un adeguarsi ai ritmi, ai flussi ed allo scorrere della vita.

Ancora a livello filosofico, questo saluto esprime visivamente la dualità Yin/Yang: la mano sinistra aperta esprime l’aspetto morbido, accogliente, femminile, legato alle attività “Wen” della vita civile e pacifica, tant’è che da che mondo è mondo, anche in Occidente in segno di pace e amicizia si mostra la mano bene aperta e priva di armi. Il pugno destro esprime invece l’aspetto duro, penetrante, maschile, legato alle attività “Wu” marziali e guerriere. Nell’eseguire il saluto il praticante mostra (soprattutto a se stesso!) la necessità che questi due aspetti si armonizzino e si completino a vicenda, creando un tutt’uno espresso dal cerchio formato dalle braccia all’altezza del cuore.

In una particolare interpretazione la mano sinistra simboleggia i “5 laghi” mentre il pugno destro i “4 mari”; quando il pugno destro è accolto e controllato dalla mano sinistra si esprime l’augurio che “Nei cinque laghi e nei quattro mari (ovvero in tutto il mondo) regli la pace e la concordia. In conclusione, ricordiamo anche che questa forma di saluto fu il modo in cui si riconoscevano tra loro i sostenitori della dinastia Ming che volevano rovesciare quella degli invasori Qing. In cinese “Ming” si scrive con gli ideogrammi 明 che indicano rispettivamente il sole e la luna con il significato complessivo di “Luce”. Riprendendo il significato duale dello Yin /Yang prima citato, la mano sinistra richiama quindi l’aspetto lunare mentre il pugno destro simboleggia l’aspetto solare.

Nella pratica delle discipline comprese nel curriculum marziale del Vecchio stile Fu inoltre, spesso il primo esercizio che viene eseguito all’inizio di ogni sessione di pratica prevede dei piegamenti del busto in avanti ed indietro, in maniera simile ad un inchino. Questo esercizio – oltre ad essere un momento propedeutico alla pratica fisica con lo stiramento e la stimolazione di muscoli, tendini ed articolazioni, viene eseguito per tre volte per esprimere rispetto e ringraziamento ai Maestri passati, a chi dirige la sessione di pratica ed ai compagni presenti ed al luogo che ci ospita.

Da quanto brevemente detto, appare quindi evidente che il saluto che viene eseguito al principio ed al termine di una sessione di pratica non deve essere un mero automatismo eseguito per darsi un tono esotico, ma una vera e profonda presa d’atto di chi siamo, di dove siamo e di cosa vorremmo essere attraverso la pratica.