Ci sono libri che non è necessario leggere ma che è indispensabile scrivere, e questo credo faccia parte di quest’ultima categoria. Lo si percepisce sin dalle prime pagine, dall’urgenza delle parole e dalla insufficienza del senso che l’Autore non riesce a colmare, non per sua incapacità ma perché di determinati argomenti non si può, e forse non si deve, scrivere.
Pure, “Vite Pericolose – Uomini E Fantasmi Delle Arti Marziali” di Francesco Palmieri è un libro che andrebbe letto e riletto, aperto a caso per essere sorpresi, centellinato assaporando ogni parola che scorre sulla pagina bianca come sudore sulla pelle durante un intenso addestramento. Un libro retorico, forse; esagerato in tanti punti, senza dubbio; ma un libro scritto da chi (e per chi) retorica ed esagerazione un po’ se le può permettere perché ha pagato, paga e pagherà lo scotto di questo lusso dell’anima.
Agli altri apparirà forse tronfio e borioso, esaltato e fuori dal tempo, ed è giusto che così sia, perché un tesoro è tale anche perché sono pochi coloro disposti a sudare e rischiare per scoprirlo.
Cosa distingue un torero da un macellaio, il marzialista dal bruto, il vincitore dal prepotente e lo sconfitto dal perdente (pag. 11)? Una inezia, un nulla, i pochi centimetri che dividono la vita dalla morte sulla sabbia di una corrida, sulla paglia di riso di un tatami, sulle assi consunte del pavimento di una sala da scherma.
In un mondo che indifferente condanna a morte milioni di uomini ma si indigna per due tori e quattro cavalli questo è un libro necessario, scomodo ma necessario. Il sottotitolo recita efficacemente “uomini e fantasmi delle arti marziali” perché, da che mondo è mondo, il primo avversario è il sé stesso e – come dice l’Autore a pag, 24 – “è onesto in ogni caso rilevare che le spade, in giorni di questo genere, servono quasi solo a combattere i terribili fantasmi che il cuore agitato, incessante produce e che solo gli insensibili o i bugiardi riescono a ignorare riducendo sogni e visioni a fatti psicanalitici o di cattiva digestione”.
L’importante è esserne consapevoli, è sapere che la via più facile è spesso quella che porta meno lontano, che non sempre il talento supplisce alla determinazione e che – insomma – di praticare arti marziali non lo prescrive il medico (anzi, spesso le sconsiglia vivamente) e quindi se ne può fare a meno e vivere tranquilli tra televisione e sofà, ignorando la soddisfazione e l’impegno che proviene da quella che è “una lotta terribile, che bisogna vincere essendo artisti” (pag. 12).
Con buona pace di coloro che coltivano il loro miserrimo moralmente quanto proficuo economicamente orticello di allievi, sostenendo di detenere la Verità con la iniziale maiuscola, il volume parla di arti marziali orientali discutendo di Occidente, mostra che l’alabarda cinese e l’arco di Ulisse han più similitudini che contatti, e che una aggraziata praticante cinese di spada nasconde nelle movenze da libellula lo stesso spirito risoluto che muove la sciabola dei cosacchi e le estoques spagnole, unendo in un mondo parallelo aldilà di spazio e tempo gli archetipi di una affascinante comunità.
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http://www.libreriaeuropa.it/scheda.asp?id=5248&ricpag=1
Cos’è che lega l’arco di Ulisse a un’alabarda cinese? Cosa condividono la sciabola dei cosacchi e la spada di Manolete? Quale senso comune ispirò i versi di Pound, gli studi di Giuseppe Tucci e i quadri monocromi di Yves Klein? C’è un filo che unisce le straordinarie imprese di Teseo alla fine prematura di Bruce Lee, o le cavalcate del barone von Ungern alle bizzarre avventure di Tintin? Tali sono le domande che solleva e le risposte che propone questo volume: vite pericolose sono quelle di uomini e fantasmi delle arti marziali, che s’incontrano e si scontrano fra le sue pagine.
E’ un libro dedicato ai lettori innamorati della Tradizione, non solo nel suo dato intellettuale ma quale vissuto manifesto attraverso vicende disparate. Sono storie d’Oriente e d’Occidente, piccole o grandi, che traggono la propria forza dalla documentata verità.
Saggio in forma di narrativa, o narrativa col pretesto saggistico, il libro ha il pregio di non essere esattamente collocabile perché sfugge alle etichette più convenzionali.
(Dalla quarta di copertina)






