I ritmi più o meno frenetici della società attuale spingono la maggior parte di noi a focalizzarci su obbiettivi futuri e traguardi da raggiungere, lasciandoci poco tempo e concentrazione per guardarci indietro e riflettere su come siamo giunti al punto in cui ci troviamo.
Un mio saggio Maestro, nell’osservare la mia faccia perplessa di fronte ad una tecnica di Aikido che non riuscivo ad eseguire correttamente, mi diede un consiglio che da allora ricordo a me stesso e condivido con altri nella mia situazione di allora: “Se non sai come andare avanti, fai due passi indietro ricomincia il tuo cammino”.
Come tutti i consigli, ricordando gli ammaestramenti forniti da Dante Alighieri nel suo “Convivio”, anche questo può essere preso alla lettera tanto quanto può essere considerato in senso allegorico, sia per affrontare con uno sguardo diverso i piccoli e grandi intoppi in cui incappiamo nella vita quotidiana che per valutare al meglio le nuove azioni da intraprendere.
In questi ultimi mesi, alcune circostanze hanno dato una svolta improvvisa ed imprevista alla mia pratica marziale, con il risultato di portarmi al tesseramento con l’EPS Libertas guidato dal Dott. Lorenzo Lommano e alla adesione al gruppo di praticanti che vede nel Maestro Rosavio Greco il riferimento tecnico e didattico per lo studio del ju jitsu e che ha preso il nome di Yanagi Shudan, che si scrive con i kanji 柳集団 e può essere tradotto come “Gruppo del Salice”.
Proprio riflettendo su questa scelta, in questi giorni ne ho ripercorso gli antefatti ed ipotizzate le possibili conseguenze future, partendo in questo caso da una analisi dei caratteri che costituiscono in nome del gruppo stesso.
La flessibilità del salice
Come sanno bene gli appassionati della cultura orientale e – in particolare – i praticanti delle discipline marziali, il salice piangente (Salix babylonica), noto in giapponese come “Nagare Yanagi” (流れ柳) è molto amato per la sua abilità di adattarsi a vari tipi di clima e ambiente.
I rami del salice, grazie alla loro flessibilità, si piegano sotto la pressione del vento, ma non si rompono, riprendendo la forma iniziale quando la tempesta è finita. Per questo motivo, il salice è diventato un simbolo di forza interiore, adattabilità e accettazione alla base di proverbi e modi di dire, come nel caso del detto “Yanagi ni kaze” (柳に風) che può essere tradotto letteralmente come “vento nel salice”, richiamando l’immagine dei rami del salice – pur travolti dalle irruenti folate di vento di una bufera – si piegano in maniera elastica e armoniosa senza spezzarsi, mostrandoci la importanza di affrontare con coraggio e spirito di adattamento le avversità della vita.
Questa caratteristica fisica e concetto filosofico di flessibilità è diventato un principio centrale nel ju jitsu, che applica l’uso di leve, proiezioni e tecniche di blocco per neutralizzare un avversario più forte o pesante. Quindi, il salice diventa un simbolo della strategia di resistenza, adattamento e cedimento controllato tipica del ju jitsu, che – come ben insegna il M° Rosavio Greco – non applica la mera forza muscolare ma piuttosto l’energia generata dal movimento e lo squilibrio causato dallo spostamento combinate con l’abilità di sfruttare le forze espresse dall’avversario.
La forza del gruppo
Altrettanto interessante è la analisi dei due caratteri 集団, che sono invece la versione semplificata di 集團 (jítuán in cinese mandarino, shūdan in giapponese) ed indicano tanto un gruppo di persone con interessi comuni che una azienda o una organizzazione commerciale.
Ci sono diversi termini, tanto in giapponese che in italiano, che sono più o meno sinonimi nell’esprimere l’idea di un insieme di persone diverse tra loro ma unite da un progetto comune; aldilà della parola scelta però ad essere importante è il concetto che si vuole esprimere.
Un gruppo – al pari di una catena – è forte tanto quanto è resistente il componente più debole. La storia delle Termopili e dell’esercito spartano che lì affrontò i persiani ammonisce che è sufficiente un solo traditore per causare la sconfitta di centinaia di soldati valorosi, così come la saggezza contadina ammonisce che basta una goccia di acqua ad inquinare un barile di olio.
Per questo (ma non solo per questo) la adesione ad un gruppo deve essere libera e consapevole, effettuata con la consapevolezza realistica di quanto si potrà dare e quanto si potrà ricevere, analisi da effettuare non con una cinica valutazione basata su un egoistico do ut des ma piuttosto sulla sincera stima delle proprie carenze e qualità.
Pochi ma buoni
Oggi molte organizzazioni puntano ad aumentare sempre più i propri aderenti: maggiori quote di iscrizione, maggior peso politico, maggiore visibilità pubblica. Purtroppo (o per fortuna!) però la quantità va raramente a braccetto con la qualità, e non di rado a questo allargamento indiscriminato corrisponde una caduta in picchiata dei valori espressi.
Assistiamo oggi ad una costante perdita di credibilità di istituzioni pubbliche e private: partiti politici, ordini esoterici, movimenti religiosi, organizzazioni sociali – pur nelle loro peculiarità – sono accomunate da questa equazione che sembra non ammettere eccezioni.
In controtendenza con questo andazzo Yanagi Shudan è un gruppo “per tutti ma non per tutti”, poiché ciascuno dei componenti partecipa come un “primus inter pares” portando la propria esperienza e le proprie competenze, senza la più o meno velata speranza di ricevere gradi, qualifiche, incarichi e prebende ma con l’unico scopo di migliorare sé stesso contribuendo allo stesso tempo al miglioramento altrui.
E’ facile immaginare che un assunto del genere presti il fianco ad accuse di elitarismo, sospetti di snobismo e raffronti con la proverbiale volpe che non arriva all’uva. D’altronde ciascuno vede ciò che preferisce vedere e – se è vero che “tutto è puro per i puri” – è altrettanto vero il contrario.
Sia chiaro, far parte di Yanagi Shudan o di un gruppo simile non è di per se sinonimo di qualità o garanzia di successo; ciascuno è e rimane l’unico responsabile tanto dei propri successi che dei propri fallimenti, ma è esattamente questo che – tra le altre cose ci insegna l’Arte: i principi sono universali e perenni, valgono sempre, dovunque e per tutti, e non esistono scorciatoie, trucchetti o eccezioni.
E in conclusione, per racchiudere in una sola frase quello che per me è lo spirito di Yanagi Shudan, cito le parole che William Shakespeare fa pronunciare a Enrico V nella sua omonima tragedia in occasione della storica battaglia di Agincourt (25 ottobre 1415), dove gli Inglesi (con circa 5000 arcieri e 1000 fra fanti e cavalieri) sbaragliarono l’esercito francese che contava 12.000 cavalieri, 11.000 fanti e 4.000 tra arcieri e balestrieri):






