Nel panorama della letteratura tecnica sulle armi bianche, spesso saturata da manuali che ripropongono coreografie poco realistiche o difese “da film”, il lavoro di Claudio Alfarano, “Knife Grappling vol. 1“, si staglia come un’opera di brutale pragmatismo e necessaria onestà intellettuale.
Non solo un manuale tecnico, ma un ponte metodologico tra due mondi che raramente si parlano con questa coerenza: l’eleganza geometrica del Kali filippino e la pressione pragmatica del Brazilian Jiu-Jitsu .
L’Originalità: Oltre il “Disarmo Magico”
La maggior parte dei testi sulla difesa da coltello si ferma alla fase di “striking” o a tentativi di disarmo volanti. Alfarano, invece, parte da una premessa scomoda: se c’è una lama di mezzo, finirai per entrare in contatto stretto. Come chiarisce subito nella prima pagina: Quando c’è una lama di mezzo, illeso è uguale a illuso.
L’originalità di Knife Grappling risiede nel riconoscere che il combattimento con coltello, in un contesto reale e non sportivo, degenera quasi istantaneamente in una forma di lotta caotica. Claudio Alfarano non offre soluzioni pulite e consolatorie; propone gestione del danno e controllo biomeccanico.
Il testo analizza come le strutture di controllo del BJJ (Underhook, Overhook, controllo del polso) debbano essere radicalmente modificate quando l’avversario impugna una lama e dalle discipline di riferimento estrae i principi più utili al contesto tattico esaminato; dalle Arti Filippine prende la sensibilità al movimento della lama, i concetti di checking e la comprensione degli angoli di attacco e dal BJJ/Grappling prende la gestione dei pesi, l’uso delle leve e la capacità di neutralizzare la mobilità dell’avversario attraverso il contatto totale.
Analisi del Metodo Tecnico
Il cuore del libro è lo studio della distanza zero. Alfarano analizza con precisione chirurgica come la “mano armata” dell’avversario diventi il perno attorno a cui deve ruotare tutta la strategia del difensore.
Diversi i Punti Chiave dell’Approccio:
• Controllo dell’Arto Armato: Non si cerca il coltello, si cerca il braccio. Il libro illustra come utilizzare il corpo intero per isolare l’arto che brandisce l’arma, trasformando il grappling in una “morsa” che impedisce il movimento di stoccata o taglio.
• La “Macchina da Cucire”: Alfarano affronta il problema dei colpi ripetuti e rapidi, spiegando perché le parate classiche falliscono e come solo un controllo strutturale (spesso a terra o contro una parete) possa fermare l’emorragia di attacchi.
• Utilizzo del proprio peso: A differenza del Kali tradizionale, che predilige il gioco di gambe, qui si insegna a “schiacciare” la minaccia, usando i principi del pressure passing del BJJ per togliere spazio alla lama.
L’Importanza Tattica per la Difesa Personale
Questo libro è fondamentale perché demistifica la difesa da lama. In un’epoca di “esperti” da YouTube, Alfarano riporta la discussione su un piano scientifico:
Valutazione del Rischio: Il testo chiarisce che la difesa è un’estrema scelta e che il grappling con un coltello è un’attività ad altissimo rischio di ferimento.
Psicologia dello Scontro: Evidenzia l’importanza della mentalità aggressiva necessaria per chiudere la distanza e “abbracciare” il pericolo per neutralizzarlo.
In Knife Grappling, il successo non è uscirne indenni, ma uscirne vivi.
Conclusioni
Knife Grappling vol. 1 è un testo denso, privo di fronzoli, che richiede una lettura attiva. Claudio Alfarano è riuscito a codificare un linguaggio comune tra il grappler che teme la lama e il filiperos che teme il corpo a corpo.
È una lettura obbligatoria per chiunque voglia comprendere la realtà della violenza urbana con armi bianche.
Non è un libro per chi cerca la “mossa segreta”, ma per chi è pronto a studiare come la biomeccanica possa salvare la vita quando tutto il resto fallisce.
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“Sono un insegnante di arti marziali filippine. Provengo dallo striking, dalla Kick Boxing degli anni ’80. Poi, a metà degli anni ’90, ho incontrato le arti marziali del Sud-Est asiatico ed è stato amore a prima vista. Il mio mondo, oggi, è quello del Kali filippino e quello del Silat indonesiano. La mia pratica coinvolge in larga misura lame, bastoni e coltelli, specialità in cui la gestione della distanza, del tempo, della scelta delle priorità, si rivela vitale.
Non ho mai creduto nell’idea di sicurezza assoluta, né in piedi, né a terra, e men che meno con un’arma in mano.
Contro una lama non si tratta di ‘se’ si verrà colpiti, ma di quando, come, quanto e dove.
Da lì nasce questo lavoro. E’ un tentativo di mettere ordine nel caos, di stabilire le priorità, di accettare che ‘illeso è uguale a illuso’ e che la vera competenza sta nel gestire il danno.
Questo testo esiste perché, osservando il mondo delle arti da combattimento moderne, ho visto ripetersi errori che nel lavoro con le armi si pagano subito e a caro prezzo. Posizioni considerate giuste a mani nude o anche dominanti e che, con le armi in gioco, diventano trappole.
Colpi ben eseguiti, controlli solidi che ignorano ciò che sta accadendo sotto la superfice, ossia che vene, arterie, nervi, sono meri spazi di ingresso di una lama.
La parte di grappling che troverai in queste pagine non è frutto di un’interpretazione esterna o teorica. È nata dal confronto diretto con Luca e Marco Alfarano, miei figli, grapplers, cresciuti sul tatami e abituati a ragionare per posizioni, transizioni e controllo.
Il nostro lavoro è stato quello di mettere in dialogo due mondi che troppo spesso si ignorano.
Io ho portato la lama e i suoi trucchi, loro hanno messo il corpo e le sue leve. Questo libro è il risultato di un confronto e di alcune domande fondamentali: cosa regge davvero quando entra in gioco un’arma? Cosa resta valido? Cosa va rivisto? Cosa, semplicemente, va abbandonato?
È uno studio costante, una mappa di errori comuni, di scelte migliori da fare sotto pressione. Un tema complesso come quello del combattimento contro coltello, con un così alto numero di variabili e insidie, presupponeva una preparazione teorica multidisciplinare prima che fisica. Le tecniche, i movimenti, le sequenze e i drills dovevano avere un background logico, doveva essere accompagnato da uno studio sull’anatomia del corpo umano, sui suoi punti sensibili. Le tecniche dovevano essere subordinate ad esso. Ma una ricerca del genere doveva coinvolgere anche un approfondimento su come la mente analizza ciò che accade, come apprende, come reagisce in allenamento, come memorizza e, infine, come funziona e come cambia sotto stress estremo.
Ampio spazio è stato dedicato anche all’aspetto strategico del combattimento. Da anni, nei miei seminari, dedico parte del tempo all’applicazione del ciclo decisionale OODA Loop di John Boyd. Il Ciclo di Boyd, di conseguenza, attraversa questo lavoro dall’inizio alla fine, analizzando ogni singola fase e rapportandola sia all’allenamento, sia alle applicazioni, sia al lavoro sulla gestione dello stress.
Un programma e un metodo che si basa sul combattimento contro coltello, nella scelta e nel lavoro di selezione di tecniche e posizioni, non può non tenere presente la realtà di ciò che accade alla nostra mente mentre combatte per la propria vita. Tutte le applicazioni e le transizioni fisiche, che verranno trattate nel Volume 2, saranno dunque basate tenendo conto dei diversi argomenti trattati in questa sede.
Questo libro è rivolto a chi pratica, a chi insegna, e soprattutto a chi ha il coraggio di mettere in discussione ciò che ha sempre funzionato in contesti che non prevedono una lama.”
(Dalla presentazione)







