Alle 18,45 del 16 ottobre 1978, la voce del cardinale protodiacono Pericle Felice annuncia: “Habemus Papam… Carolum cardinalem Wojtyla”. La Chiesa ha scelto un Papa polacco, che si presenta al mondo con un disarmante: “Se mi sbaglio mi corrigerete”.
Se un pontefice della Chiesa cattolica, che è considerato infallibile quando parta ex-cathedra, chiede esplicitamente di essere corretto, è lecito pensare che qualunque studente possa e – anzi – debba essere corretto sempre e comunque?
La questione è meno semplice di quanto appare perché, come afferma un noto proverbio popolare “il troppo storpia” e anche troppo bene può trasformarsi in male.
“Correggere” deriva dal latino “corrigere”, che è l’infinito presente attivo di “corrigo”, composto di “cum” cioè “con” e da “rego” ossia “reggere, dirigere”.
Partiamo da qui è facciamo qualche riflessione sulla necessità delle correzione, su come e quando farle e su come , a volte, sia opportuno che l’allievo sbagli oggi per fare bene domani.
“Vorrei pregarvi di aver pazienza verso quanto nel vostro cuore vi si prospetta irrisolto e di aver cura delle domande stesse. Vivete adesso le vostre domande. Cosi, forse , riuscirete, a poco a poco, senza accorgervene, a giungere un giorno ad avere la possibilità di vivere le risposte” . Così scriveva Rainer Maria Rilke in una sua lettera a un giovane poeta, con parole che ancora oggi possono essere illuminanti.






