Nel panorama contemporaneo delle arti marziali, spesso sedotto dalla spettacolarità delle tecniche acrobatiche o dall’efficacia immediata del combattimento sportivo, si tende a dimenticare il motore immobile su cui poggia l’intero edificio del Budō: il kihon (基本).
Per un praticante occidentale, il termine viene liquidato sbrigativamente come “i fondamentali” o “la tecnica di base”. Si pensa alle parate ripetute a vuoto, ai pugni sferrati camminando in avanti, a sessioni d’allenamento che i neofiti talvolta giudicano monotone.
Tuttavia, ridurre il kihon a una mera ginnastica propedeutica significa svuotarlo della sua essenza. Nella tradizione marziale giapponese, esso rappresenta una vera e propria ontologia della pratica: la radice biologica, filosofica e spirituale da cui germoglia ogni singola espressione del guerriero.
Comprendere il kihon significa intraprendere un viaggio all’interno della lingua e della cultura del Sol Levante, svelando come quello che all’apparenza è un semplice esercizio ripetitivo sia in realtà una via d’accesso alla maestria assoluta.
Analisi Etimologica: L’Architettura dei Kanji
Per comprendere a fondo la psicologia giapponese legata alla pratica marziale, dobbiamo decostruire la parola attraverso lo studio dei suoi ideogrammi (kanji). La parola kihon è composta da due caratteri: Ki (基) e Hon (本).
L’ideogramma 基 (Ki) che potremmo tradurre come “fondamenta, base di un edificio, radice sotterranea” evoca concetti legati all’architettura e all’ingegneria civile. Storicamente, la parte superiore del kanji rappresenta un cesto utilizzato per trasportare la terra durante lo scavo delle fondamenta di un edificio, mentre la parte inferiore (土) significa “terra” o “suolo”.
基 (Ki) è dunque il basamento. È la gettata di cemento o, nell’antico Giappone, la base di pietra e terra battuta su cui poggerà l’intera struttura della casa. Se le fondamenta sono deboli o sbilanciate, l’edificio crollerà al primo accenno di terremoto o tempesta. Traslato nelle arti marziali, Ki rappresenta la stabilità posturale, la connessione geometrica del corpo con il terreno e la struttura osseo-muscolare che permette di assorbire e generare forza.
L’ideogramma 本 (Hon) che invece potremmo tradurre come “Origine, tronco dell’albero, sorgente essenziale” ha un’origine pittografica affascinante. Deriva dal carattere che indica l’albero (木), a cui è stato aggiunto un tratto orizzontale in basso per indicare in modo specifico le radici e la base del tronco.
本 (Hon) non è semplicemente una base inerte, ma una base vitale. Rappresenta la sorgente, l’origine, il nucleo pulsante da cui la linfa scorre verso i rami (le tecniche avanzate) e le foglie (le sfumature personali del praticante). Dire Hon significa fare riferimento alla verità essenziale di una dottrina.
Quando uniamo questi due caratteri in Kihon (基本), la lingua giapponese ci restituisce un’immagine potentissima: le fondamenta strutturali che fungono da radice vitale. Il kihon non è l’asilo nido della pratica da cui “diplomarsi” per passare a cose più interessanti; è la terra fertile e il tronco robusto senza i quali nessun fiore (l’efficacia nel combattimento o l’eleganza nel Kata) può esistere.
La Psicofisiologia della Ripetizione: Perché il Kihon Funziona
Un antico detto marziale giapponese recita: «Non temo l’uomo che ha praticato diecimila tipi di pugni una volta sola, ma temo l’uomo che ha praticato un solo tipo di pugno diecimila volte». Questa massima racchiude il segreto neurobiologico del kihon.
Nell’Occidente moderno, la ripetizione viene spesso scambiata per noia. Nella cultura del Budō, la ripetizione continua e consapevole è lo strumento di purificazione del gesto.
Da un punto di vista puramente scientifico, l’esecuzione esasperata del Kihon attiva il processo di mielinizzazione dei circuiti neuronali. Ogni volta che ripetiamo un colpo dritto (Choku-tsuki nel Karate, o un fendente shōmen-Uchi nel Kendō) curando millimetricamente l’allineamento, isoliamo i muscoli antagonisti e ottimizziamo l’uso del Tanden (il centro di gravità addominale).
Con il tempo, la guaina mielinica che riveste i neuroni coinvolti si ispessisce, permettendo ai segnali elettrici di viaggiare a velocità fulminee. La tecnica cessa di essere un pensiero conscio e si trasforma in riflesso puro. Nel caos di uno scontro reale o di una competizione, la mente razionale si paralizza a causa dell’adrenalina; il kihon, invece, emerge spontaneamente dal corpo come risposta biologica perfetta.
I principianti tendono a usare la forza muscolare bruta, contraendo spalle e bicipiti. Il kihon educa all’economia del movimento. Attraverso la ripetizione infinita, il corpo si stanca, elimina le tensioni superflue e impara a colpire sfruttando solo il rilassamento e l’improvviso irrigidimento finale.
Si scopre così che la vera potenza non deriva dai muscoli contratti, ma dalla coordinazione cinetica che parte dai piedi, attraversa le anche e si scarica sul bersaglio.
Il kihon come filo conduttore di tutte le discipline
Il concetto di kihon non è un’esclusiva di uno stile, ma rappresenta la matrice geometrica e filosofica comune a tutte le arti marziali giapponesi, sia tradizionali (Koryū) sia moderne (Gendai Budō).
Vediamo come si declina in alcune discipline:
Nell’Aikidō, nel Judo o nel Jūjutsu, tai-sabaki, ukemi, shikko consentono di apprendere il modo corretto di eseguire spostamenti circolari, gestione del baricentro, arte di cadere senza subire danni. Irimi e kuzushi invece permettono di esperire come squilibrare un avversario mettendo in crisi il suo centro di gravità.
In apparenza, spesso queste discipline sembrano basate su movimenti fluidi e coreografici, ma kihon come tai-sabaki (lo spostamento del corpo) e irimi-tenkan (entrare e ruotare) fanno la differenza. Senza questi fondamentali, queste discipline diventano poco più di una danza d’attori compiacenti, mentre i kihon insegnano a sintonizzare il proprio baricentro con quello dell’avversario: una precisione millimetrica che trasforma la forza dell’altro in un vuoto pneumatico.
Nel Karate-dō troviamo choku-tsuki, zenkutsu-dachi, age-uke, alcuni dei principi ed esercizi che permettono l’apprendimento della geometria delle linee rette, stabilità al suolo e connessione dell’anca. Qui il kihon è lo studio degli atomi che comporranno le molecole (i kata) e le reazioni chimiche (il kumite). Se il pugno nel kihon non ruota correttamente, se la posizione zenkutsu-dachi ha i piedi mal orientati, l’applicazione reale (bunkai) fallirà. Il kihon educa il karateka a non mentire a se stesso: davanti allo specchio del Dojo, ogni asimmetria viene a galla.
Nelle arti della scherma come il Kendō o lo Iaidō, i kihon come suburi, kamae, ashisabaki permettono di curare correttamente l’allineamento della spada, la postura efficace e la coordinazione ottimale tra passo e fendente. Nel maneggio della katana, dello iai o del shinai, il kihon si esprime attraverso i suburi (colpi a vuoto). Ripetere migliaia di volte un taglio verticale o un affondo non serve a irrobustire le braccia, ma a fare in modo che la spada diventi un prolungamento del sistema nervoso. La presa dell’arma deve essere leggera come se si tenesse un uovo, per poi stringersi solo nell’istante dell’impatto. Questo è il kihon della spada: eliminare l’intenzione egoica del “voglio tagliare” per lasciare che sia il taglio ad accadere.
L’evoluzione della Pratica: Shu-Ha-Ri
Per comprendere appieno il ruolo del kihon nell’arco di una vita marziale, è necessario fare riferimento al concetto tradizionale di evoluzione dell’apprendimento, riassunto nel celebre trittico Shu-Ha-Ri (守-破-離).
Shu (守) – Custodire / Obbedire: In questa prima fase, che può durare diversi anni, lo studente deve imitare pedissequamente il Maestro. Non c’è spazio per l’originalità. Il kihon viene assimilato in modo rigido, quasi dogmatico. Questa rigidità serve a distruggere le cattive abitudini posturali che l’allievo porta dal mondo esterno.
Ha (破) – Rompere / Dividere: Una volta che il kihon è radicato nel corpo, l’allievo comincia a comprendere i principi dietro la forma. Può iniziare a personalizzare i movimenti, adattandoli alla propria corporatura e alle situazioni reali. La forma rigida si “rompe” per dare spazio alla flessibilità.
Ri (離) – Distaccarsi / Trascendere: È lo stadio della Maestria. Il movimento diventa completamente naturale, privo di sforzo conscio. Paradossalmente, in questa fase il kihon rigido scompare alla vista, ma solo perché è stato completamente interiorizzato. Ogni gesto del Maestro, anche una camminata o un saluto, trasuda kihon.
Una Lezione di Vita: il kihon fuori dal Dojo
Il valore del kihon supera i confini del tatami e si riflette nella filosofia di vita giapponese. Nella cultura nipponica, l’eccellenza in qualsiasi campo – dalla cerimonia del tè (Chadō) alla calligrafia (Shodō), fino all’alta cucina o alla carpenteria tradizionale – si ottiene attraverso la padronanza assoluta dei gesti più semplici.
Nel mondo iperconnesso e frenetico di oggi, siamo affetti dalla sindrome del “tutto e subito”. Vogliamo saltare le basi per raggiungere i risultati macroscopici. Vogliamo scrivere un romanzo senza dominare la sintassi; vogliamo gestire un’azienda senza comprendere le dinamiche umane di base; vogliamo combattere sul ring senza saper stare in piedi.
Il kihon ci impartisce una severa ma terapeutica lezione di umiltà. Ci ricorda che non esiste complessità efficace che non sia basata su una semplicità perfetta. Ci insegna ad amare il processo, la routine, il dettaglio invisibile agli occhi del pubblico profano ma cruciale per la tenuta dell’intera struttura.
Ritorno alla Radice
Quando entrate nel Dojo e il Maestro ordina la sessione di kihon, non accoglietela con un sospiro di noia. Guardate i vostri piedi, sentite la connessione con la terra, percepite l’aria che fende il vostro pugno o la vostra lama.
Ricordate i kanji 基 e 本: state gettando le fondamenta della vostra fortezza interiore; state annaffiando le radici del vostro albero marziale. Il giorno in cui il vostro kihon sarà solido, flessibile e vivo, non avrete semplicemente imparato a combattere: avrete compreso l’essenza stessa della Via.
La testimonianza di un Maestro
Per comprendere ancora meglio quanto scritto sopra, ascoltiamo le parole del M° Rosavio Greco, Direttore Tecnico Nazionale del settore Jujitsu della Libertas. In questa intervista distilla le esperienza di una vita dedicata al Jujitsu e spiega con semplicità e chiarezza l’importanza capitale della pratica e della comprensione dei kihon.






