Uno dei termini più usato (e non di rado, abusato…) nel panorama delle Arti marziali è senz’altro quello di Maestro.

Senza voler entrare in questioni di legittimità e opportunità di impiego che ci porterebbero troppo lontano, vogliamo però analizzare quando e come questo termine possa e debba essere usato. Ricorriamo, come spesso facciamo, alla etimologia e constatiamo che nel suo significato originario “Maestro” ha il significato di “maggiore, più grande”, il che significa che non ci dovrebbe essere titolo gerarchicamente superiore a questo. L’affermazione trova conferma nelle qualifiche oggi maggiormente utilizzate da Federazioni ed Enti sportivi, che dividono i tecnici in tre macroaree, ovvero Allenatore, Istruttore e Maestro. Queste tre qualifiche principali possono poi essere ulteriormente parcellizzate i passaggi intermedi quali – ad esempio – aiuto Allenatore, Istruttore Capo, aspirante Maestro o assistente Istruttore.

Vale la pena di notare che anche il mondo delle Arti Marziali, che solitamente fa riferimento a titoli e qualifiche specifiche delle singole discipline, nel suo aspetto burocratico deve necessariamente fare i conti con termini e metodi generalmente impiegati anche in altri campi. Il mondo della formazione personale, in particolare, ha subito negli ultimi anni un profondo cambiamento mirato ad una maggiore standardizzazione, tanto che anche queste discipline – o meglio gli Enti e le Federazioni che si occupano della loro diffusione, hanno dovuto adeguarsi alllo SNaQ, ovvero al Sistema Nazionale di Qualifiche degli Operatori Sportivi che costituisce il quadro generale di riferimento adottato dal CONI per il conseguimento delle qualifiche degli operatori sportivi e per la loro certificazione.

Rimandiamo gli interessati al sito ufficiale che illustra il Sistema (Clicca QUI) e ad un nostro vecchio articolo che si occupava della questione (Clicca QUI) per dedicare invece un po’ di tempo ad analizzare analogie e differenze nelle terminologie impiegate nelle discipline tradizionali Cinesi e Giapponesi.

Nelle discipline tradizionali cinesi, ed in particolare in quelle marziali che si rifanno ai cosiddetti “Stili di famiglia” che identificano il lignaggio con esplicito riferimento al fondatore della Scuola ed ai suoi eredi di sangue o adottati, è evidente il parallelo tra il Maestro e il padre naturale dello studente, figure gerarchiche che dovevano essere fatte oggetto dello stesso rispetto e devozione.

Questa particolarità è resa – come accennavamo prima – anche nei termini che identificano i Maestri del lignaggio della scuola; nel vecchio stile Fu, abbiamo Si Jo (師祖) Fu Chen Song, conosciuto anche come Fu Chien Kun; il Si Kung (師公) To Yu, allievo interno del Gran Maestro Fu Chen Song e Si Fu (師父) Severino Maistrello, discepolo interno del Maestro To Yu, suo rappresentante per l’Europa e direttore tecnico della Wudang Fu Style Academy.

Come possiamo notare, negli ideogrammi che rappresentano i tre titoli riservati ai Maestri compare l’ideogramma 师, anche nella versione 師 che si legge “Si” e che ha una etimologia non completamente accertata. Tra i tanti significati attribuiti a questo ideogramma, interessano al nostro caso quelli che lo indicano come “capo, comandante, leader”, o “insegnante o istruttore” oppure “Maestro, esperto, specialista”.
Sulla base di questa prima analisi, approfondiamo l’analisi passando al secondo ideogramma che identifica lo specifico “gradino” del lignaggio tradizionale. Con Si Jo (師祖) si identifica il fondatore di una Scuola o di uno stile specifico di un Arte; il secondo ideogramma indica un antenato, un trisnonno o un trisavolo, e quindi già in questo caso appare evidente il riferimento al Maestro come ad una figura familiare. Il termine Si Kung (師公) indica il Maestro del Maestro di una specifica Scuola marziale tradizionale; in particolare, il secondo ideogramma si traduce letteralmente come “pubblico, corretto, onorabile”.

Ancor più esplicito nell’esprimere quanto il rapporto tra Maestro e allievo venga connotato come alla pari di un vero e proprio legame di sangue è il termine Si Fu (師父) dove il secondo ideogramma viene letteralmente tradotto come “padre”. Diverse sono – anche in questo caso – le ipotesi che interpretano l’ideogramma 父, per alcuni questo rappresenta la stilizzazione di una mano che regge un bastone, segno della autorità paterna come lo scettro è il simbolo della autorità regale. Non è estranea a questa interpretazione anche la modalità educativa tradizionale, che non lesinava le punizioni corporali in base al principio secondo il quale “l’uomo deve essere formato dall’uomo come la lama viene affilata dalla pietra”. Un’altra ipotesi identifica nell’ideogramma una mano che impugna una scure, espressione della maestria lavorativa del genitore e della sua capacità di assicurare una casa ed un sostentamento economico alla famiglia.

A proposito del termine Si fu (oppure Shifu, a seconda delle diverse traslitterazioni che si possono adottare), riteniamo opportuno sottolineare come questo termine venga a volte impiegato in maniera scorretta; uno studente di una Scuola tradizionale può infatti appellare come “Si Fu” il suo insegnante solo quando questo lo riconosca formalmente come suo allievo interno, entrando quindi a far parte del lignaggio della Scuola stessa ed impegnandosi a rispettarne i valori e trasmettere i principi, stabilendo – come detto – un legame che ha lo stesso valore (se non maggiore) di una discendenza di sangue, da sempre suggellato con una importante cerimonia chiamata “Bai Shi” (拜師) , con il primo ideogramma che si può tradurre come “rispettare”, “celebrare”, praticare il culto” ad evidenziare l’importanza di questo evento che legava per tutta la loro vita Maestro e allievo.
Dove questa accettazione formale ed esplicita non sia avvenuta, sarebbe più corretto che l’allievo si riferisse al suo insegnante con il termine “Lao Si” (oppure Laoshi, 老師), che indica genericamente l’insegnante di una disciplina o di un’arte, dove il primo ideogramma si traduce letteralmente come “vecchio, anziano, venerabile” ed il secondo ha i significati già visti in precedenza.

Questa ultima accezione del termine è più vicina al concetto gerarchico utilizzato nelle discipline giapponesi, che pur facendo spesso riferimento – come quelle cinesi – a lignaggi familiari, sono meno esplicite nel riferimento alla figura paterna. Anche nelle Arti del Sol Levante, alla mera classificazione tecnica Kyu/dan è stata affiancata una gerarchia riferita esplicitamente al ruolo dell’insegnamento chiamato “shogo”, che possiamo tradurre come “titolo, qualifica” e vengono utilizzati per evidenziare che chi li possiede – oltre ad essere un buon artista marziale – possiede anche le necessaria doti per insegnare ad altri le discipline che pratica.

E’ bene rimarcare che i titoli legati al sistema Shogo sono – teoricamente – indipendenti dalla mera graduazione Dan; in altre parole, si può possedere un grado Dan elevato e non detenere nessun titolo, mentre – per evidenti ragioni – è praticamente impossibile avere un grado Dan basso e ricevere un elevato titolo di insegnamento.In altre e semplici parole, non tutti i laureati sono professori universitari, ma è impossibile che un professore universitario non sia laureato. Inoltre, come accade anche in altri ambiti accademici, chi viene insignito di un titolo Shogo possiede anche altre doti che quelle meramente tecniche, e quasi sempre riveste un ruolo più o meno apicale all’interno della associazione o Scuola che glielo assegna.

In Giappone i tre titoli Shogo comunemente usati sono Renshi (錬士), Kyoshi (教士) e Hanshi (範士), a cui moltissime associazioni associano anche il titolo di Shihan (師範). Così come nei titoli cinesi era ricorrente il termine Shi (oppure Si) che può essere tradotto come “insegnante o istruttore” oppure “Maestro, esperto, specialista”, nel caso dei titoli Shoho ricorre il termine “Shi” che però indica un guerriero, come nel caso del termine “Bushi”, che indica il soldato, ovvero “colui che è esperto di cose militari” oppure, in termini più generici, come una persona che detenga specifiche qualificazioni (bengoshi = avvocato, kaikeishi = ragioniere contabile).
Renshi indica un insegnante (Shi) preparato/raffinato/addestrato (Ren) ed è il primo e più basso dei titoli shogo, che viene di solito concesso a un praticante che abbia conseguito almeno il grado di 4° Dan. In molte discipline, ed in particolare tra quelle che non prevedono di indossare la Hakama, chi possiede questo titolo può indossare la citura bianco/rossa invece di quella nera.

Il secondo titolo è Kyoshi ed indica un insegnante (Shi) esperto (Kyo), paragonabile al titolo di professore e concesso solitamente a chi abbia conseguito alemo il grado di 6° Dan. Il terzo titolo è Hanshi, assegnato ad un insegnante esemplare che abbia conseguito il grado di 8° Dan, identificato in alcune Scuole da una cintura completamente rossa.

Restando in argomento, è opportuno ricordare che molti praticanti marziali utilizzano invece il termine “Shihan” per indicare un insegnante di alto livello e qualcuno – erroneamente – legge il termine come il risultato dell’inversione dei due caratteri che compongono “Hanshi”, considerando quindi i due titoli praticamente equivalenti. In realtà, “Hanshi” e “Shihan” sono scritti utilizzati con caratteri diversi, anche se omofoni. La differenza è sottile ma – come spesso accade nelle Arti marziali – basta poco per fare la differenza. In particolare, il carattere “Shi” (士) usato in Renshi, Kyoshi e Hanshi si traduce più precisamente in “gentiluomo”, “guerriero” o “studioso”, mentre lo “Shi” (師) usato in Shihan si traduce direttamente come “insegnante”. Possiamo quindi dire che Shihan significa “insegnante esemplare” mentre Hanshi in realtà significa qualcosa di più vicino a “gentiluomo esemplare”. Si tratta di sfumature che possono apparire poco significative agli occhi dei non-giapponesi, ed è anche per questo che entrambi i termini sono spesso usati per indicare un “insegnante esemplare”.

Giunti a questo punto, i praticanti delle discipline giapponesi potrebbero chiedere: “Ehi, ma allora Sensei cosa significa?”, La risposta è abbastanza lunga e interessante, abbastanza da meritare un articolo apposito che pubblicheremo prossimamente.